Hangartfest 2026: la danza che attraversa le sfide del presente

© riccardo cecchini I Trayectoria del Polvo VII, FLAMINGO, PNEU.

Si è chiusa ieri la XXIII edizione di Hangartfest. Dal 4 al 20 settembre, Pesaro e il suo entroterra sono stati teatro di 26 appuntamenti distribuiti in sei locations, con ben 11 tra debutti e prime nazionali. L’edizione 2026 ha rilanciato la vocazione multidisciplinare della rassegna, facendo dialogare la danza contemporanea con teatro, cinema, musica dal vivo, arti visive e tecnologia. Un confronto vivace tra artisti italiani e internazionali che ha attraversato registri differenti — dalla dimensione più intima a una fisicità travolgente — ridisegnando il rapporto tra corpo, spazi e pubblico.

Noi abbiamo assistito a tre dei quattro appuntamenti in programma nell’ultimo fine settimana della rassegna, andati in scena presso la Sala della Maddalena, a pochi passi dal Conservatorio cittadino. Tre spettacoli molto diversi tra loro che hanno però evidenziato un tratto comune: la messa in scena della precarietà delle relazioni e del tempo. In un mondo segnato da instabilità, conflitti e frammentazione, le tre opere hanno restituito la drammaticità del presente — pervaso da paure, violenze e odii —, mostrando al contempo come l’interrelazione umana, la tenacia e lo spirito comunitario possano aiutare ad affrontare queste sfide. Dove altre forme d’arte sembrano talvolta faticare a parlare al pubblico con la stessa efficacia, la danza e i suoi sconfinamenti espressivi — forti della loro natura viva e “in presenza” — hanno confermato la straordinaria capacità di veicolare messaggi di speranza e coinvolgere profondamente gli spettatori. Ecco una breve sintesi delle tre opere.

 

Trayectoria del Polvo VII: la metamorfosi della memoria e l’abbraccio con l’eterno

© riccardo cecchini I Trayectoria del Polvo VII.

Nata da un’idea della coreografa Aïda Colmenero Díaz e ispirata all’opera della scrittrice messicana Rosario Castellanos, Trayectoria del Polvo VII celebra il ciclo della vita e la sua incessante trasformazione. La danzatrice e cantante Nshoma Nkwabi, originaria di Bagamoyo (Tanzania) e la violinista e cantante argentina Anahí Acuña portano in scena un dialogo intimo tra i gesti quotidiani della costa orientale dell’Africa, il linguaggio del flamenco e le memorie ancestrali. Una performance intensa e catartica che ridefinisce il concetto di morte, trasformandola da fine drammatica a legame eterno e metamorfosi.

Sul palcoscenico de La Maddalena e’ andato in scena un rito che supera ogni confine geografico. Qui, la memoria del sangue e la connessione con gli antenati prendono vita attraverso un corpo che si fa linguaggio puro. Tutto inizia e si compie con la polvere della terra: un elemento sacro, solenne e carico di ricordi. La voce e il violino dal vivo intessono la trama di questo dialogo tra culture, guidando la danza e amplificando le sospensioni tra ciò che è visibile e ciò che resta celato. In un percorso circolare fatto di ricordi e sostegno reciproco, le due artiste danno forma al ciclo dell’esistenza fino a trovarsi in un emozionante abbraccio. Quando le luci si spengono, la danzatrice attraversa la sala cantando una nenia che penetra fin dentro le ossa, capace di anestetizzare i dolori del corpo e della memoria. Trayectoria del Polvo VII lascia così allo spettatore una certezza: siamo polvere, sì, ma una polvere luminosa e in continua metamorfosi.

© arcomai I Trayectoria del Polvo VII.

 

FLAMINGO: anatomia del giudizio e riscatto karmico

© riccardo cecchini I FLAMINGO.

Ridurre l’altro a un’impressione istantanea è un rischio del nostro tempo. Con FLAMINGO, Matteo Maffesanti e la compagnia Elevator Bunker (collettivo sostenuto dall’associazione Zebra per la ricerca sulla disabilità cognitiva) compiono un’operazione scenica nitida e radicale: smontare il meccanismo con cui l’apparenza scivola, quasi impercettibilmente, nel giudizio. Il dispositivo concettuale ed esecutivo dello spettacolo si basa su una struttura rigorosa: otto azioni ripetute in sequenza. All’inizio l’osservatore riconosce una forma, una regola, e la mente tende naturalmente ad catalogare ciò che vede. Ma è proprio sulla distanza tra aspettativa e realtà che la performance si innesca. A ogni iterazione, la precisione del gesto viene incrinata da minime variazioni, interferenze e deviazioni somatiche. I corpi dei performers, costretti dentro una regola apparente, finiscono per far emergere la propria irriducibile differenza. Lo spettatore è così costretto a fare i conti con la propria pigrizia visiva: dov’è che finisce la realtà dell’azione e dove inizia la proiezione del nostro giudizio? FLAMINGO non risponde con una tesi preconfezionata, ma lascia che sia lo scarto dinamico a parlare, trasformando la percezione in un atto di responsabilità.

In questa condizione il messaggio dello spettacolo supera la mera comprensione visiva per farsi processo conoscitivo. Andando oltre la semplice percezione estetizzante, la sequenza delle otto azioni interpreta la performance come una vera e propria evoluzione del passato karmico. Il concetto, attinto dalle filosofie orientali e dall’astrologia evolutiva, descrive l’insieme di esperienze, inclinazioni e nodi irrisolti che continuano a condizionare il presente. L’avvicendarsi dei tre interpreti genera relazioni complesse e attrazioni intense, volte a far affiorare i blocchi emotivi e gli schemi ricorsivi ereditati dal passato. Nel mettere in scena questi automatismi psicologici e simbolici, l’atto performativo offre agli interpreti — e allo spettatore — la possibilità di spezzare i cicli ripetitivi e raggiungere una nuova consapevolezza.

© arcomai I FLAMINGO.

 

PNEU: L’equilibrio del caos come soluzione alle difficoltà della vita

© riccardo cecchini I PNEU.

Con la prima nazionale di PNEU, il coreografo ceco Viktor Černický firma una creazione coreografica di potente impatto visivo e profonda densità concettuale. In scena, quattro performers misurano le proprie forze con una materia prosaica e ingombrante: decine di pneumatici. Questo apparente ostacolo si muta ben presto in una presenza viva e mutante, una massa pesante che si scompone e si ricompone, dettando ai corpi traiettorie sempre imprevedibili.

Il cuore pulsante della pièce è la traduzione gestuale dell’antifragilità: non una semplice resistenza all’urto, ma la capacità di evolvere e fortificarsi attraverso la prova. Tra sollevamenti, incastri e sfide alla gravità, lo sforzo fisico si sublima in un’inaspettata leggerezza, mutando il caos dei copertoni in pura drammaturgia. Il tutto è impreziosito da un’elegante mimica ironica, capace di sdrammatizzare i momenti di apparente pericolo per il pubblico, seduto a pochi centimetri da una scena teatrale trasformata in una vera e propria pista circense. Valorizzando la vulnerabilità del corpo anziché celarla, la performance dimostra come sia proprio dal cedimento delle certezze che nascono nuovi equilibri. Nel finale, il messaggio emerge limpido: nessuna crisi si supera da soli, la collaborazione è l’unica via. PNEU regala così una chiusura di festival intensa e rigorosa, trasformando la pesantezza della materia in pura poesia corporea.

© arcomai I PNEU.


Back to Top