The Moebius Strip e il valore semantico del corpo

Fotogramma tratto da video The Moebius Strip.
Videobox, iniziativa ormai riconoscibile nel panorama culturale pesarese e capace di dialogare con una dimensione internazionale, da diversi anni trova spazio all’interno del Festival Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, giunto quest’anno alla sua 62ª edizione. Il progetto, oggi al suo sesto appuntamento, è promosso dall’associazione Hangartfest, realtà attiva nella diffusione della danza contemporanea e delle arti performative. Fondata nel 2004 su iniziativa del direttore Antonio Cioffi, con la comunicazione curata da Elena Orazi, l’associazione organizza anche l’omonimo festival di danza contemporanea, giunto alla sua 13ª edizione, e il concorso internazionale di videodanza Interfaccia Digitale, ospitato all’interno di Videobox
In questo contesto, il Centro Arti Performative de La Maddalena – ha ospitato il Focus Gilles Jobin, con la proiezione di WOMB (in 3D) e The Moebius Strip. È proprio da quest’ultimo lavoro che prendono spunto le riflessioni che seguono. Gilles Jobin (1964), coreografo, danzatore e regista svizzero, è una figura di riferimento della danza contemporanea europea e un pioniere dell’incontro tra espressione corporea, scienza e tecnologie immersive. Vive e lavora a Ginevra, dove dirige la Cie. Gilles Jobin, attiva dal 1997.

Fotogramma tratto da video The Moebius Strip.
Tra i suoi lavori più noti, The Moebius Strip (2001) si distingue per la capacità di non limitarsi a mostrare la danza, ma di interrogarla, trasformandola in un dispositivo percettivo che eccede la scena stessa. Il titolo non è un vezzo concettuale, bensì la chiave d’accesso a un universo in cui il movimento si avvolge, si ripete e si distorce, come se i corpi abitassero una superficie priva di interno o esterno. Fu il matematico tedesco August Ferdinand Möbius (1790–1868) a descrivere nel 1858 l’omonima striscia: un oggetto topologico con una sola faccia e un solo bordo, capace di “girarsi su se stessa”. Percorrendola si ritorna al punto di partenza senza mai cambiare lato, per il semplice fatto che un “altro lato” non esiste. Jobin elegge la striscia di Möbius a modello strutturale — e non a mera metafora decorativa — per ripensare il movimento, il corpo e la percezione spaziale.

Fotogramma tratto da video The Moebius Strip.
La scrittura scenica di Jobin procede per cicli, ritorni e slittamenti minimi. I danzatori non interpretano personaggi, né tantomeno cercano un’emozione da comunicare: sono vettori, linee di forza che attraversano lo spazio con precisione quasi algoritmica. Il gesto di ognuno si innesta in quello dell’altro come gli ingranaggi di un motore termico. In questo impianto, la ripetizione non sfocia nel minimalismo, ma si fa processo di mutazione continua: ogni loop è identico e diverso al tempo stesso, come se la coreografia si riscrivesse nell’atto stesso di accadere. Il movimento resta racchiuso in una porzione di pavimento compatta, uno perimetro che lo trattiene e, insieme, lo alimenta, costringendolo a rigenerarsi dall’interno.

Fotogramma tratto da video The Moebius Strip.
Il corpo diventa così materia astratta senza perdere vitalità. Privata di teatralità, psicologia e narrazione, la danza non risulta comunque mai fredda. È un organismo vivo che pulsa in un ambiente rarefatto, quasi clinico, dove la musica elettronica, composta da Franz Treichler, e le luci neutre amplificano l’effetto di un esperimento percettivo. Le traiettorie dei danzatori disegnano una geometria incarnata che disorienta lo sguardo, costringendo lo spettatore a ricalibrare continuamente la propria posizione. A tratti l’azione evoca un fiore che si apre e si chiude al ritmo del giorno: un processo ancestrale e rituale, fuori dal tempo. Più che un impatto emotivo diretto, l’opera genera una dislocazione, un impercettibile spostamento del punto di vista che schiude nuove modalità di ricezione.

Fotogramma tratto da video The Moebius Strip.
In questo impianto, la ripetizione non sfocia nel minimalismo, ma si fa processo di mutazione continua: ogni loop è identico e diverso al tempo stesso, come se la partitura scenica si riscrivesse nell’atto stesso di accadere. Il movimento resta racchiuso in una porzione di pavimento compatta, uno perimetro che lo trattiene e, insieme, lo alimenta, costringendolo a rigenerarsi dall’interno. Il corpo diventa così materia astratta senza perdere vitalità. Privata di teatralità, psicologia e narrazione, la danza non risulta comunque mai fredda. È un organismo vivo che pulsa in un ambiente rarefatto, quasi clinico, dove la musica elettronica e le luci neutre amplificano l’effetto di un esperimento percettivo. Le traiettorie dei danzatori disegnano una geometria incarnata che disorienta lo sguardo, costringendo lo spettatore a ricalibrare continuamente la propria posizione. A tratti l’azione evoca un fiore che si apre e si chiude al ritmo del giorno: un processo ancestrale e rituale, fuori dal tempo. Più che un impatto emotivo diretto, l’opera genera una dislocazione, un impercettibile spostamento del punto di vista che schiude nuove modalità di ricezione.

Fotogramma tratto da video The Moebius Strip.
Questa dinamica percettiva è amplificata dal dispositivo video, realizzato e montato da Vincent Pluss, che solo raramente si apre per mostrare lo spazio totale in cui si muove l’architettura del gesto È qui che avviene il salto comunicativo: la telecamera non documenta la danza, ma la traduce, portandola altrove. Il dettaglio dei corpi catturato dall’obiettivo restituisce una profondità del gesto che dal vivo risulterebbe impercettibile. I veri protagonisti diventano i piedi: quegli attori minori che per abitudine ignoriamo, se non quando dobbiamo calzarli. Jobin li mostra nella loro nudità e potenza. Il gesto parte programmaticamente dal basso, dal pavimento, da quel punto di contatto che ci ancora al mondo e, contemporaneamente, ci permette di abitarlo in movimento.

Fotogramma tratto da video The Moebius Strip.
A un quarto di secolo dalla sua creazione, The Moebius Strip conserva una freschezza sorprendente. Non perché rincorra una moda estetica, ma perché risponde a una logica interna rigorosa e visionaria. Jobin ha anticipato quella sensibilità post-umana che oggi attraversa molta danza contemporanea: il corpo inteso come sistema, rete e superficie di trasformazione. È il corpo stesso a ricordarci che ogni movimento — e ancor più ogni azione — possiede un valore semantico e decisionale, richiamandoci a una responsabilità nuova. Il suo lavoro non invecchia perché non ha mai cercato di essere attuale; continua semplicemente a produrre senso, come una forma organica, quasi vegetale, che nella notte trattiene la propria energia per dispiegarla alla luce del giorno, ricordandoci che la vita — e la lotta per custodirla — passa inevitabilmente attraverso il corpo.

Fotogramma tratto da video The Moebius Strip.
