Il Nero Assoluto: Malevič e Kapoor a confronto

© arcomai I Palazzo Manfrin, sede della Fondazione Anish Kapoor a Venezia.
Sono sicuro di aver visto il fantasma di Kazimir Malevič (1879-1935) aggirarsi a Palazzo Manfrin, sede della Fondazione Anish Kapoor a Venezia. O, per lo meno, mi è sembrato di scorgere i due artisti a colloquio in disparte. Immagino parlassero di colore. Il nero di Malevič e quello di Kapoor condividono un’apparenza, non un destino. Entrambi assorbono lo sguardo, ma per ragioni diametralmente opposte: uno è un punto di arrivo, l’altro un punto di caduta. Il Quadrato nero di Malevič (1915) — di cui esistono quattro versioni — è un gesto metafisico: un emblema laico che azzera il mondo visibile per fondare un nuovo inizio. Il suo nero, tuttavia, non è mai stato davvero assoluto: è fatto di strati, di crepe, di impurità che il tempo ha reso manifeste. Persino la geometria è un’illusione, tanto che la prima versione dell’opera fu intitolata Quadrilatero nero. Eppure, proprio questa imperfezione — materiale, geometrica, quasi umana — ha trasformato la tela in una macchina visiva dirompente. Malevič non vuole inghiottire lo spettatore: vuole liberarlo dal peso della rappresentazione, proiettandolo in uno spazio ascetico, mistico e ortodosso nel senso più ampio del termine. Il suo nero chiude per aprire: è un sigillo che inaugura il grado zero della pittura.
Il nero di Anish Kapoor, al contrario, non è una superficie ma un abisso. Che si tratti del Vantablack — quel composto di nanotubi di carbonio in cui la luce, una volta entrata, rimane intrappolata e viene assorbita quasi totalmente, riducendo le forme tridimensionali a una bidimensionalità assoluta — o delle sue celebri cavità pigmentate, il suo nero non delimita: inghiotte. Non è un archetipo, è un evento ottico. Dove Malevič propone un limite, Kapoor lo dissolve; dove il Suprematismo cerca l’ascesi, Kapoor insegue la vertigine. Il suo nero diventa un corpo che sottrae luce, profondità e orientamento: un buco nel reale, un salto nel vuoto. In Malevič il nero è astrazione; in Kapoor è fisicità estrema. Il primo è un concetto che si fa forma; il secondo è una materia che si fa antimateria. Entrambi parlano di assoluto, ma se uno lo afferma, l’altro lo divora. Se il Quadrato nero è un portale mentale, il nero di Kapoor è un varco sensoriale — due vie per raggiungere lo stesso confine che, una volta attraversato, non è mai lo stesso. Si dice che il celebre Quadrato sia stato esposto capovolto per decenni. Forse è vero, ma questo non invalida ciò che vediamo: lo conferma. Perché il nero di Malevič non è un dogma, è un enigma. E come ogni anagramma, continua a funzionare anche quando lo si rovescia.
