“60ma Biennale B”: la mancata edizione “fuori numero” che avrebbe tenuto fuori le polemiche sterili dell’arte della politica

© la biennale I Biennale Arte 1974 – “Libertà al Cile / Libertad para Chile”.

La Biennale Arte del 1974, intitolata “Libertà al Cile. Per una cultura democratica e antifascista”, resta uno degli episodi più radicali della storia veneziana: un’edizione fuori ciclo e fuori numero, non la 37ª ma una 36ª speciale, nata come gesto politico prima ancora che come mostra. Fu la risposta immediata al golpe dell’11 settembre 1973 e alla morte di Salvador Allende. Sotto la presidenza di Carlo Ripa di Meana, la Biennale uscì dall’immobilismo post ’68 e si trasformò in un atto di solidarietà internazionale. L’inaugurazione con Hortensia Allende ne fissò il tono: Venezia non ospitava semplicemente opere, ma diventava una piattaforma politica, un teatro civile attraversato da artisti, intellettuali e attivisti. La mostra si diffuse nella città come laboratorio aperto, senza premi né padiglioni tradizionali, senza neutralità estetica. L’urgenza era chiara: riconnettere l’arte alla società, restituirle una funzione etica e comunitaria.

Il Cile divenne lo specchio del mondo. Opere, documenti e testimonianze raccontavano la repressione di Pinochet, la resistenza culturale, la diaspora degli artisti. La Biennale del 1974 mostrò come l’arte potesse farsi linguaggio di sopravvivenza, archivio della memoria, strumento di denuncia. E pose una domanda ancora attuale: un’istituzione culturale può limitarsi a esporre, o deve talvolta prendere posizione? Quell’edizione straordinaria fu soprattutto un atto di coraggio. In un momento di crisi interna e tensione internazionale, la Biennale scelse di esporsi, di schierarsi, di assumere una responsabilità. Ricorda ancora oggi che l’arte, quando non si ritrae, può incidere sul reale più di quanto immaginiamo.

A cinquant’anni di distanza, la 36ª speciale resta un modello di sperimentazione sociale e istituzionale: l’unica Biennale interamente dedicata a un Paese in lotta per la democrazia, un’anomalia “fuori numero”, un organismo vivo attraversato da una partecipazione collettiva oggi quasi impensabile. Nel 2020, con The Disquieted Muses. When the Biennale Meets History al Padiglione Centrale dei Giardini, la Biennale ha provato a rileggere se stessa attraverso documenti, ricostruzioni e materiali d’epoca — compresi i murales del 1974 — rivelando un’istituzione inquieta, attraversata dagli eventi più che semplice vetrina dell’arte: un raro esercizio di memoria critica. Eppure, alla luce delle polemiche, delle scemenze e dei piccoli dispetti dell’“arte della politica” contemporanea, e dei colpi di scena che hanno intossicato l’edizione corrente, la lezione del 1974 indica una possibilità mancata: chiamare la 61ª “60ma B”, riconoscere la crisi, scegliere di esporsi. Come allora, quando la Biennale decise di farsi Cile e affrontò il presente con coraggio, non con il riflesso pavloviano del brusio sterile e divisivo che oggi soffoca il dibattito.

© Marco Cappelletti I Murales esposti alla Biennale Arte 1974 – “Libertà al Cile / Libertad para Chile” Ricostruzione presentata nella mostra The Disquieted Muses. When the Biennale Meets History, Biennale di Venezia, Padiglione Centrale, Giardini, 2020 (gentile concessione della Biennale di Venezia.)


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