Vacanze intelligenti: quando l’arte (della 38ª Biennale) divenne codice

Fotogrammi tratti dal film Vacanze intelligenti.
Riguardare oggi Vacanze intelligenti significa riconoscere, con mezzo secolo di anticipo, la diagnosi di una frattura che ancora ci attraversa: quella tra l’arte e l’uomo comune. L’episodio — parte del trittico comico Dove vai in vacanza? del 1978, diretto da Sordi, Salce e Loy, che usa la vacanza come dispositivo critico per raccontare un Paese in trasformazione, sospeso tra modernizzazione, nevrosi collettive e nuove forme di alienazione — è firmato da Alberto Sordi e interpretato da lui stesso insieme ad Anna Longhi. La storia segue una coppia romana di umile estrazione, spedita dai figli in un “percorso culturale” che dovrebbe elevarli ma finisce per travolgerli.

Fotogrammi tratti dal film Le vacanze intelligenti.
Il film è girato alla 38ª Biennale d’Arte di Venezia del 1978, una delle edizioni più discusse e polarizzanti degli anni Settanta. Una Biennale segnata da un forte orientamento politico e sociale, erede diretta del clima post 1968: l’arte è concettuale, processuale, spesso priva di oggetti; rifiuta la dimensione espositiva “domestica” e la sostituisce con un percorso critico, denso, talvolta respingente; privilegia temi come lavoro, diritti, conflitti, informazione più che estetica e forma. La satira della pellicola si innesta su tre elementi chiave. Primo: l’arte come codice più che come esperienza, che richiede un linguaggio specialistico e trasforma Sordi e Longhi in intrusi incapaci di orientarsi. Secondo: l’istituzione come rituale sociale, dove il pubblico “colto” appare come una comunità chiusa che usa l’arte per riconoscersi e legittimarsi. Terzo: l’opera che ingloba il corpo, esemplificata dalla scena finale in cui Anna Longhi — svenuta davanti a un’installazione di frutta e verdura — viene assorbita dall’opera stessa: metafora di un’arte che non comunica più, ma neutralizza e trasforma l’uomo in oggetto. È il momento in cui il distacco diventa irreversibile. A questo si aggiunge l’auto satira della Biennale, che autorizzando le riprese compie un gesto di autocritica istituzionale oggi difficilmente immaginabile.

Fotogrammi tratti dal film Le vacanze intelligenti.
Nelle scene, girate nei padiglioni dei Giardini, compaiono installazioni minimaliste: materiali poveri, strutture geometriche, superfici monocrome. Opere che richiedono un codice interpretativo e non offrono alcuna immediatezza visiva. Si vedono performance e azioni documentate in video o fotografie — allora una novità, poi divenuta cifra dominante — che la coppia attraversa come un territorio ostile, dove ogni gesto può essere frainteso. Non mancano opere ambientali fatte di animali, materiali naturali o deperibili: terra, frutta, verdura, tessuti grezzi. Ieri come oggi, i padiglioni nazionali si presentano come allestimenti sperimentali, privi di figurazione tradizionale e di appigli emotivi. Sordi non giudica: osserva. E nel suo sguardo ironico e malinconico riconosciamo l’origine di una frattura che ancora ci accompagna. In questo contesto l’opera non è più esperienza, ma “percorso obbligato”; non più incontro, ma prova da superare; non più spazio di relazione, ma dispositivo che richiede competenze, codici, appartenenze. Se non accetti di capire e acconsentire, resti fuori. Un “peccato originale” che ci portiamo dietro ancora oggi, a ogni apertura di Biennale.

Fotogrammi tratti dal film Le vacanze intelligenti.
Il film mette a fuoco questa distanza con una lucidità sorprendente: l’opera non è più un luogo di relazione, ma un dispositivo che richiede competenze, codici, appartenenze. L’uomo comune — quello che Sordi interpreta con feroce tenerezza — resta fuori dalla porta. Per il pubblico generalista, proprio come per i due protagonisti, quel mondo appare lontanissimo dall’idea condivisa di “arte”. È questo contesto a rendere l’episodio così efficace sul piano satirico. La Biennale del 1978 diventa il teatro perfetto per mostrare la frattura tra arte e pubblico. Da allora quel distacco non si è mai ricomposto; anzi, non ha fatto che ampliarsi: l’arte si è spostata nei musei cattedrali, nelle fiere globali, nei circuiti finanziari, fino a dissolversi nei flussi digitali e negli algoritmi che generano immagini senza autore. L’uomo, abituato a consumare visioni rapide e indolori, ha perso la capacità di sostare, interrogare, lasciarsi trasformare. L’arte, dal canto suo, ha smesso di cercarlo. Vacanze intelligenti non è solo una satira: è la fotografia del momento in cui l’arte ha iniziato a parlare un’altra lingua. Una lingua che, forse, non abbiamo ancora imparato — o che non abbiamo più voglia di ascoltare.

Fotogrammi tratti dal film Vacanze intelligenti.
