Barcelona Chair: Il processo alla dignità dell’opera nel suo contesto

La poltrona Barcellona. Immagine tratta da volume L’opera d’arte come oggetto non unico numericamente (A. M. Porciatti, Alinea 1991).

Nella storia del design circola un episodio curioso – riportato da G. K. Koenig (1924 – 1989), noto professore, storico e critico del design in L’opera d’arte come oggetto non unico numericamente (in “Note al seminario tenuto da Luis Jorge Prieto su Arte e conoscenza”, A. M. Porciatti, Alinea 1991) – spesso accostato al Padiglione di Barcellona. Riguarda una causa legale statunitense degli anni Cinquanta. Una diva del cinema acquistò due poltrone Barcellona e le sistemò in un salotto rosa, con caminetto a fuoco finto e fiamme di carta mosse da un ventilatore: un trionfo del cattivo gusto. Una rivista pubblicò la sua foto distesa sulle due sedute.

Mies reagì denunciandola, tramite Knoll, sostenendo che quella sedia era stata progettata per contemplare l’arte, non per arredare un ambiente dozzinale. Per lui la Barcellona non era una semplice sedia: era un frammento di un ambiente abitato pensato per i reali di Spagna, immerso in uno spazio di travertino e onice, calibrato su proporzioni matematiche. Vederla in quel contesto pacchiano gli apparve come un sacrilegio. Considerava la sua creazione un’opera d’arte – anche se prodotta in serie – e rivendicava il diritto di controllarne l’uso. Koenig, per chiarire la questione, ricorre all’esempio del Codice Hammer: chi lo acquistasse non potrebbe distruggerlo, perché la legge italiana tutela l’opera d’arte come bene pubblico, anche quando è di proprietà privata.

La causa – durata anni e conclusa con la sua sconfitta – non riguardava il copyright, ma la diluizione del marchio e il danno d’immagine: per Mies, collocare la Barcellona in un salotto kitsch significava intaccarne il valore culturale. Difendeva l’integrità dell’opera come si difende un tempio. E Knoll, che ne deteneva i diritti, lo sosteneva: ogni uso improprio indeboliva l’aura dell’originale. È un episodio che racconta Mies meglio di molti saggi. Less is more, certo; ma anche: Control is everything. Non gli bastava progettare; voleva governare il contesto in cui il suo design appariva. Il modernismo voleva educare il gusto, e se non imparavi, ti portava in tribunale. Oggi sembra eccessivo; allora era coerenza assoluta. Per Mies, usare la poltrona in un ambiente inappropriato equivaleva a collocare il David in un luna park. Non era snobismo: era difesa del contesto, che va oltre l’uso funzionale dell’oggetto. Un’opera vive anche nel luogo che la ospita. Quella donna voleva solo una sedia per una foto. Mies ci vide un attentato alla dignità del Moderno – e decise di difenderlo là dove poteva: davanti a un giudice.


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