“People have the power”: Siamo noi la vera opera d’arte e ce ne eravamo dimenticati

© arcomai I Il Ponte dei Pensieri.
Raggiunta una certa età si impara che ciò che accade attorno a noi porta sempre un significato, e sta a noi coglierlo. Anche l’imprevisto può diventare un varco: un’occasione inattesa, spesso più ricca di quanto previsto. All’ingresso dell’Arsenale mi sono trovato davanti a una coda di almeno trecento metri. Alla vernice, solitamente riservata alla stampa e agli addetti ai lavori, quel muro umano mi ha rassicurato sulla vitalità dell’arte, ma al tempo stesso inquietato: la fila porta sempre con sé un’idea di controllo, di allineamento. L’arte è viva, sì, ma a volte sa farsi travolgente. Ho chiesto un accesso alternativo e la ragazza “ask me” mi ha indicato un’entrata a dieci minuti, oltre il Ponte dei Pensieri. Il nome è stato una piccola rivelazione. Da frequentatore incallito della Biennale ricordavo bene quell’uscita, dimenticando che fosse anche un ingresso. Lì ho atteso la mia amica, caporedattrice di una nota rivista italiana di architettura e design, anche lei intimorita dal serpentone che dal Canal Grande arrivava alle Corderie. Entrati, già alla fine del percorso espositivo, abbiamo deciso di iniziare la visita dalla conclusione, invertendo il tragitto. Mai scelta fu più felice. Siamo partiti dal Padiglione Cina, poi — con un piccolo atto di disobbedienza — siamo entrati in quello Italia, risalendo via via fino all’ingresso. Un viaggio al contrario, capace di rimettere in moto lo sguardo.

© arcomai I La coda all’ingresso per l’Arsenale. Amalgams and Graphts (2025) di Nick Cave.
È stato come nuotare controcorrente: le onde umane, già provate dalla fila all’ingresso, portavano addosso i segni del disorientamento tipico dell’inizio di una mostra. Padiglione dopo padiglione, in una gincana tra installazioni, video e oggetti, dentro e fuori dal buio, tutti sembravano affamati di una verità qualsiasi, nel tentativo di dare un senso alla propria presenza lì. Noi, come cani da tartufo, a caccia dell’opera rivelatrice — quella che gli altri non hanno visto o non hanno saputo leggere. Un dramma esistenziale che si ripete da anni, Biennale d’Architettura inclusa. In questa ricerca ci siamo illusi un paio di volte di aver trovato il tartufo: era solo un fungo allucinogeno, come quello del Padiglione della Germania, che ci ha fatto vedere sedie volanti camminare su muri verdi e la distorsione di un interno. Convinti che “una rondine non fa primavera”, così come “un capolavoro non fa Biennale”, ci siamo lasciati attraversare da un leggero sconforto.

© arcomai I Il Padiglione della Russia e del Padiglione della Germania ai Giardini.
La mostra centrale dell’Arsenale è il vero cuore della Biennale: è l’allestimento del curatore, quello che dà senso all’intera manifestazione. Qui si misura la reputazione dell’evento; il resto sono, di fatto, gli stands dei ministeri del turismo dei paesi partecipanti — quest’anno 89. Se capisci questa mostra, puoi poi leggere con maggiore lucidità anche le partecipazioni nazionali.

© arcomai I Two Points in Time – At Once (2026) di Nick Cave. Efflorecense / The Way We Wake (2023) di Rajni Perera e Marigold Santos.
La 61ª Mostra Internazionale d’Arte, In Minor Key, porta la firma di Koyo Kouoh, direttrice dello Zeitz MOCAA di Città del Capo, scomparsa esattamente un anno fa. Una vicenda che, se non fosse per la tragedia della perdita e per la frattura con i suoi affetti, potrebbe sembrare l’incipit di un giallo. Nei giorni precedenti la vernice, stampa e programmi d’intrattenimento hanno alimentato un clima surreale: dall’omicidio di Garlasco alle ipotesi di defezioni e tensioni geopolitiche, fino alla presunta volontà dell’UE di boicottare “Russi & filo russi” con una sorta di “operazione speciale” in chiave sanzionatoria. Un calderone di scemenze che ha reso impossibile distinguere “chi fosse il buono e chi il cattivo”, o quale fosse il movente dietro i presunti crimini. In questo giochino infantile del “chi è dentro e chi è fuori” resta persino inspiegabile come gli USA non abbiano ricevuto un invito speciale a partecipare. Sul fondo, un bombardamento di sciocchezze Made in Italy che abbiamo subito in silenzio e che ha finito per mescolare tutto: piani, percezioni, sensibilità. Fino a far perdere di vista il vero movente della mostra: l’arte.

© arcomai I Guardaverde di Daniel Lind-Ramos (2024-2025). ICE Age Disease Thrower #1 (2026) di Guadalupe Maravilla.
In Minor Keys prende il nome dalle tonalità minori: quelle che evocano malinconia, tensione, profondità, invece della risoluzione luminosa del maggiore. Kouoh — a cui continuiamo a riferirci come se fosse ancora tra noi — usa questa metafora per parlare di voci laterali, storie non egemoniche, prospettive decentrate che, proprio perché marginali, definiscono l’armonia complessiva. È una Biennale che rifiuta il monumentalismo gridato e cerca intensità nel sottovoce: toni sommessi, dissonanze, contrappunti. Paradossalmente, il tanto discusso Padiglione della Federazione Russa sembra aver interpretato il messaggio alla lettera con un rituale sonoro collettivo — canti tradizionali, improvvisazioni, techno, suoni ancestrali e paesaggi acustici siberiani — pensato per un’esperienza immersiva più che per uno spettacolo frontale, e accolto con evidente favore dal pubblico. Ma questa è anche una Biennale che chiede di riaccendere lo sguardo, di emanciparlo, di tornare a vedere dentro le cose. Sì, lo sguardo: quella capacità umana vitale per costruire esperienza, senso critico e conoscenza, troppo spesso sacrificata in nome di una presunta libertà del pensare.

© arcomai I Opera di Chiara Camoni nel Padiglione Italia. Scultura di Nick Cave.
Negli ultimi cinquant’anni la tecnologia ha rimodellato lo sguardo umano con una progressione inesorabile: dalla televisione a colori, che ha introdotto una saturazione visiva inedita, alla rivoluzione digitale che ha trasformato ogni immagine in flusso continuo, fino all’intelligenza artificiale, che oggi produce visioni al posto nostro. In questo percorso lo sguardo si è assuefatto all’eccesso, alla velocità, alla brillantezza artificiale; ha perso profondità, lentezza, capacità di sostare. È diventato il “cavallo di Troia” per pubblicità e propaganda. Immerso in un ambiente visivo iper tecnologico, l’uomo fatica sempre più a vedere davvero l’arte: non la riconosce come esperienza distinta, non la abita, non la interroga. La attraversa senza incontrarla. E chi dovrebbe creare e divulgare l’arte spesso se ne approfitta, rendendo il legame con il pubblico ambiguo e passivo.

© arcomai I Viste dell’allestimento della mostra centrale all’Arsenale.
A questo si aggiunge un altro processo: l’arte ha progressivamente smarrito il suo legame con lo spazio domestico e con quello pubblico, scivolando fuori dalle case e dalle piazze per trovare rifugio nei canali digitali e nei caveau finanziari. Non più esperienza condivisa o presenza che modella l’ambiente, diventa flusso, immagine, asset: circola come contenuto nelle piattaforme e come valore nei portafogli delle banche. In questo passaggio l’opera perde la sua dimensione relazionale e situata, trasformandosi in un’entità astratta che vive più nei circuiti della visibilità e della finanza che nei luoghi dell’abitare e della collettività.

© arcomai I Viste dell’allestimento all’Arsenale.
Le Biennali dovrebbero — senza proclami astratti — rimettere al centro il visitatore, facendolo diventare oggetto e fine dell’opera. Dovrebbero spingerci a una sorta di proiezione astrale o OBE (out of body experience): guardare noi stessi dall’esterno e muoverci nello spazio dell’arte per ritrovarci. Perché nell’arte cerchiamo, spesso senza saperlo, i simboli che ci ricompongono. Del resto, simbolo viene dal greco symbállō, “mettere insieme”: unire due parti separate per riconoscere un’identità. L’arte dovrebbe fare esattamente questo — ricucire ciò che la realtà tende a dividere.

© arcomai I The Aural Sea, Padiglione Uzbekistan. Monitor Yin Yang di Matías Duville, Padiglione Argentina.
Viviamo un passaggio epocale in cui gli strumenti dell’arte si riconfigurano: come il libro ha ceduto parte del suo dominio ai dispositivi digitali, così pittura e scultura hanno perso centralità, lasciando un vuoto di canoni e di orientamento. Allo stesso modo la narrativa letteraria – quel genere che restituisce la complessità dell’umano e ci educa a comprendere l’altro – è stata soppiantata dalla narrativa politica, l’arte di costruire storie per orientare il consenso più che per illuminare la realtà. La scomparsa degli “ismi”, che un tempo scandivano l’evoluzione dell’arte, rende oggi difficile capire se siamo alla fine di una fase storica o già immersi in un’altra. È una frattura che richiama quella aperta da Giotto con la Cappella degli Scrovegni a Padova (1305): un taglio netto nel corpo del Medioevo, un punto di non ritorno in cui un linguaggio si esaurisce e un altro comincia a respirare. Ed è proprio la consapevolezza di chi siamo che può aiutarci a ricongiungerci con l’arte – in qualunque forma essa si manifesti – e con i suoi simboli.

© arcomai I Viste dell’allestimento all’Arsenale.
In questo contesto contraddittorio della kermesse veneziana, Palazzo Manfrin – pur non essendo sede ufficiale della Biennale – è diventato una tappa obbligata grazie alla Anish Kapoor Foundation. Qui il contrasto tra il vuoto radicale e le voci sommerse della Biennale genera uno dei dialoghi più intensi della città. È qui che abbiamo incrociato Patti Smith, cantautrice, poetessa e figura anomala e innovativa del rock degli anni Settanta, mentre attraversava le opere di Kapoor. Ed è qui che il secondo segno del destino si è manifestato, dando senso al varco del Ponte dei Pensieri e alla nostra stessa visita: un incontro inatteso che ha illuminato la mostra più di qualsiasi capolavoro esposto, spingendoci alle riflessioni che abbiamo condiviso. Un incidente felice che non poteva non riportarci a People Have the Power, il suo inno del 1988 in pieno reaganismo, guerra fredda, conflitti reali, disillusione post punk, AIDS e muri ancora in piedi. Quarant’anni dopo, sembra tutto identico. Non siamo andati oltre. E perché allora pensare In Chiave Minore?

arcomai I Patti Smith alla Anish Kapoor Foundation, Palazzo Manfrin.
Il testo della canzone parte dal sonno e dal sogno — un punto di contatto naturale con In Minor Keys di Kouoh — e subito si materializza: “I was dreaming in my dreaming / of an aspect bright and far.” Poi arriva il crescendo: “People have the power to redeem the world of fools.” Noi abbiamo il potere di riscattare, riparare, correggere i danni compiuti dagli stolti al comando. Da qui nasce una visione: un popolo che si sveglia, prende coscienza, comprende di poter cambiare il mondo. Siamo noi il vero movente dell’arte: tutto sta nel diventarne consapevoli. Patti ci ricorda che sognare non basta — bisogna agire, lottare, governare. L’immaginazione è solo il primo passo. Prima vedi un mondo diverso, poi te lo prendi. E col senno di poi: se fossimo entrati dall’ingresso “obbligato”, non avremmo mai attraversato il Ponte dei Pensieri; e forse non avremmo mai risentito dal vivo quel grido di liberazione, necessario per capire dove siamo nel tempo — e per decidere come farlo nostro.
