“PlayTime”: la città moderna tra spazio astratto, memoria negata e ironia sovversiva

Copertina del film PlayTime. Jacques Tati sul set,

Nella storia del cinema sono pochi i film che hanno saputo parlare della città attraverso l’architettura con un tono insieme surreale, ironico e sorprendentemente elegante. PlayTime (1967) di Jacques Tati (1907–1982) è uno di questi. Qui il regista francese non costruisce semplicemente un set: costruisce un’idea di città. Tativille, il quartiere artificiale realizzato per il film, diventa un laboratorio urbano che anticipa molte delle riflessioni che, negli stessi anni, Henri Lefebvre, Aldo Rossi e Robert Venturi avrebbero formulato nei loro testi fondamentali sulla città contemporanea. La modernità che Tati mette in scena non è un semplice contesto, ma un dispositivo: uno spazio che produce comportamenti, percezioni, smarrimenti. Un mondo che funziona troppo bene per funzionare davvero. La regia amplifica questa condizione: campi lunghi, inquadrature fisse, assenza di primi piani costringono lo spettatore a osservare la città come si leggerebbe una pianta, non come si seguirebbe un racconto. L’architettura diventa protagonista assoluta, mentre gli esseri umani si muovono come figure marginali all’interno di un grande diagramma urbano.

Fotogrammi tratti dal film PlayTime.

Lefebvre (1901–1991), filosofo e sociologo francese, ha trasformato il modo di pensare lo spazio urbano. Pur non essendo architetto, ha influenzato profondamente l’urbanistica grazie a un’idea radicale: lo spazio è un prodotto sociale, plasmato da poteri, pratiche quotidiane, economie e desideri. Questa prospettiva ha spostato l’attenzione dalla forma alla vita che la attraversa. In quest’ottica, PlayTime è un esempio perfetto di “spazio astratto”: un ambiente pianificato e omogeneo, dominato da superfici riflettenti, moduli ripetuti e interni indistinguibili. È uno spazio pensato per controllare, non per essere vissuto. Vetrate, percorsi obbligati e segnaletica ridondante costruiscono un mondo che precede l’uomo e lo riduce a ingranaggio. Il signor Hulot, il protagonista del film, rivela la fragilità di questo sistema: non lo sfida, semplicemente non vi si adatta. Le sue esitazioni e deviazioni minime mostrano lo scarto tra l’ordine progettato e l’uso reale, mettendo a nudo la natura artificiale e precaria della modernità secondo il regista.

Fotogrammi tratti dal film PlayTime.

Se Lefebvre ci aiuta a leggere la logica dello spazio, Rossi (1931–1997) ci permette di cogliere ciò che nel film manca: la memoria. La città del Tati è una città senza passato, senza permanenze, senza fatti urbani. Nessun monumento, nessuna tipologia riconoscibile, nessun luogo che possa diventare deposito di identità. È una città che ha espulso la storia in nome dell’efficienza. L’episodio delle “case-vetrina”, dove gli appartamenti sono esposti come prodotti in uno showroom urbano, è emblematico: l’abitare non è più esperienza, ma immagine; non più radicamento, ma consumo. Rossi avrebbe visto in questa condizione la perdita del carattere urbano, sostituito da un insieme di oggetti funzionali privi di memoria collettiva.

Il cantiere di Tativille, Fotogrammi tratti dal film Au-Dela De Play Time presentato da Les Films de Mon Oncle et L’institut national de L’audiovisuel.

Eppure PlayTime non è un film pessimista. È, piuttosto, un film ironico. Ed è qui che entra in scena Venturi (1925–2018). Nel ristorante Royal Garden – ambiente ultramoderno che, a causa di una serie di incidenti a catena, si sgretola progressivamente – la modernità rivela la propria contraddizione interna. La perfezione si incrina, la funzione si inceppa, la forma cede. Ed è proprio quando l’ordine si rompe che esplode la vita: la festa nasce dalla disfunzione, non dal progetto. È un momento profondamente “venturiano”, in cui complessità, ambiguità e imprevisto diventano risorse, non difetti. La modernità, per funzionare, deve accettare di non funzionare del tutto. È il punto di rottura in cui essa stessa rivela la propria fragilità. Questa è forse la scena più architettonica del film: l’ordine modernista implode e, nel caos, affiora finalmente la vita. La festa non scaturisce dalla forma, ma dalla sua incrinatura.

Fotogrammi tratti dal film PlayTime.

Nell’ultima parte del film, la città si trasforma in un carosello: autobus, auto, pedoni e luci compongono un movimento circolare che restituisce alla modernità una vitalità inattesa. È la città come processo, non come oggetto; come flusso, non come modello. Qui Tati sembra dialogare ancora con Lefebvre: lo spazio non è ciò che è costruito, ma ciò che accade. Non è la forma, ma l’uso. Non è il progetto, ma la vita che lo attraversa.

Fotogrammi tratti dal film PlayTime.

PlayTime è dunque un film che parla dell’architettura più di quanto molti architetti abbiano mai fatto. Mostra la potenza e la fragilità della modernità, la sua capacità di organizzare e al tempo stesso di disorientare, la sua ambizione di ordine e la sua inevitabile esposizione al caos. Con Lefebvre, ci ricorda che lo spazio è prodotto; con Rossi, che la città ha bisogno di memoria; con Venturi, che l’ironia e la contraddizione sono antidoti necessari alla rigidità modernista. La lezione finale è semplice e radicale: l’architettura non deve solo funzionare. Deve permettere alla vita di accadere. E Tati, con la leggerezza di un comico e la precisione di un teorico involontario, ce lo mostra meglio di chiunque altro, ricordandoci che la città non è un modello da esibire, ma un organismo da abitare.

Fotogrammi tratti dal film PlayTime.


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