“Non ci sono più le lucciole”

Fotogramma dal film Salò o le 120 giornate di Sodoma.
La frase «Non ci sono più le lucciole» non è soltanto una suggestiva immagine poetica: è, a mio avviso, una delle metafore più centrali e potenti del pensiero di Pier Paolo Pasolini (1922-1975). Egli la utilizzò in un celebre articolo, Il vuoto del potere in Italia, pubblicato il 1° febbraio 1975 sul Corriere della Sera — pochi mesi prima della sua tragica morte — per lanciare un allarme insieme sociale e culturale. Pasolini osservava con amarezza che la scomparsa delle lucciole dai campi italiani, fenomeno notato già a partire dai primi anni Sessanta, non era un dettaglio marginale. Non si trattava soltanto di inquinamento, pesticidi o luci artificiali: quelle piccole presenze intermittenti rappresentavano per lui un intero mondo in via di estinzione. Era l’Italia rurale, la civiltà contadina, un universo forse povero ma autentico, ricco di diversità e radicato in tradizioni antiche. L’articolo denunciava un vero e proprio “genocidio culturale”, causato da un cambiamento antropologico irreversibile. I vecchi valori — chiesa, patria, famiglia, obbedienza — venivano sostituiti dai falsi miti consumistici del nuovo sistema. La sparizione delle lucciole diventava così il simbolo dell’avvento violento e inarrestabile della società dei consumi. Pasolini metteva in luce come il nuovo “potere reale” — quello economico e industriale — stesse cancellando ogni diversità, omologando gli individui e producendo una mutazione antropologica senza precedenti.
Questa celebre espressione di Pasolini può essere letta come una chiave interpretativa dell’intera sua opera artistica, e in particolare di quella cinematografica. Nei primi film, come Accattone (1961) e Mamma Roma (1962), le lucciole sopravvivono ancora ai margini della società: simboli di un mondo popolare autentico, fragile ma vitale. In Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975), la sua ultima opera, quella stessa immagine si trasforma invece in una denuncia radicale: la scomparsa definitiva delle lucciole coincide con la fine di un paesaggio naturale e culturale, sostituito da un universo dominato dal potere, dalla violenza e dal consumismo. In questo scenario resta soltanto il buio del dominio assoluto, che riduce gli individui a oggetti privati di libertà e dignità. Ma in Salò si intravede anche il “dopo-lucciole”: un mondo ormai privo di spazio per la natura, la poesia e la diversità. La metafora delle lucciole diventa così l’emblema di una perdita irreversibile, anticipazione della visione apocalittica di Pasolini sulla modernità e sulla dissoluzione dell’innocenza, dell’autenticità e della vitalità della società italiana.
In questo scenario, il riferimento alla bellezza diventa fondamentale. Per Pasolini, infatti, la bellezza non era un concetto astratto o puramente estetico, ma qualcosa di intimamente legato alla realtà autentica, corporea e talvolta persino “scandalosa” delle cose. Essa si incarnava proprio in quel mondo che stava scomparendo: nei corpi e nei volti “puri” dei giovani del popolo, nella spontaneità delle culture non ancora corrotte dal desiderio di consumo, nella luce naturale e non artefatta dei campi notturni punteggiati dalle lucciole. Quando Pasolini pronunciò quella frase, non si limitava a un gesto di romanticismo nostalgico: stava lanciando un atto d’accusa feroce contro un progresso che, ai suoi occhi, aveva soffocato l’anima più vera del Paese — e con essa la sua intrinseca bellezza — in nome del benessere materiale. La scomparsa delle lucciole diventava così il simbolo di una luce originaria cancellata per sempre, segno di una società avviata verso un processo irreversibile di degenerazione culturale ed identitaria.

Fotogramma dal film Salò o le 120 giornate di Sodoma.
