Dal «Mostro» di Bellocchio ai cortei di oggi: se l’informazione si fa arma di distrazione di massa

Sbatti il mostro in prima pagina. Locandina italiana. Locandina cubana del film realizzata dall’artista Antonio Fernandez Reboiro nel 1973.

Nel 1972, Marco Bellocchio portava nelle sale Sbatti il mostro in prima pagina, un capolavoro del cinema d’inchiesta interpretato da uno straordinario Gian Maria Volonté nei panni di Giancarlo Bizzi, cinico caporedattore del quotidiano di orientamento borghese e conservatore. Il Giornale. Il film raccontava la spietata manipolazione dell’informazione per fini politici: strumentalizzare un grave fatto di cronaca nera — l’omicidio di una ragazza — addebitandone la colpa a un giovane militante della sinistra extraparlamentare. L’obiettivo era canalizzare la rabbia dell’opinione pubblica, orientare le imminenti elezioni e soffocare le tensioni sociali dell’epoca.

Sbatti il mostro in prima pagina. Fotogramma.

A oltre cinquant’anni di distanza, le notizie di questo ottobre 2026 restituiscono un’inquietante sensazione di déjà-vu. Le cronache degli ultimi giorni raccontano di un’Italia attraversata da forti scontenti: lo sciopero generale del 30 ottobre, i blocchi stradali dei camionisti, la protesta di studenti e lavoratori stritolati dal carovita e dalle politiche legate all’economia di guerra, fino agli scontri con le forze dell’ordine a Milano, Torino e Bologna. Eppure, tra i grandi cortei e le cariche di piazza, a dominare il dibattito politico e mediatico è ancora una volta la tentazione di semplificare il dissenso nella narrazione dell’«estremista da neutralizzare» e della minaccia all’ordine pubblico.

Sbatti il mostro in prima pagina. Fotogramma.

Il parallelismo tra l’opera del 1972 e le dinamiche comunicative odierne non riguarda i singoli episodi di cronaca, ma la struttura stessa del discorso pubblico. Nel film di Bellocchio, Bizzi dimostra come la notizia non sia mai un mero specchio della realtà, bensì un materiale da plasmare: «I lettori non vogliono informazioni, vogliono conferme», sembra suggerire la sua spietata logica editoriale. La complessa vertenza sociale degli anni Settanta veniva così ridotta e polarizzata attraverso il montaggio ad arte dei dettagli, la scelta di titoli ad effetto e l’invenzione del “mostro” perfetto da dare in pasto a una popolazione spaventata.

Sbatti il mostro in prima pagina. Fotogramma.

Oggi, nell’era dei social media, dei talk show a reti unificate e delle narrazioni istantanee, questo meccanismo di semplificazione è diventato ancora più rapido e pervasivo. Nelle battute finali del film, è lo stesso Bizzi a svelare all’ingegner Montelli (interpretato da Corrado Solari) — l’eminenza grigia che muove i fili e detiene il reale potere economico e politico sul quotidiano — la natura più cinica della propaganda con queste parole: «Goebbels diceva nei suoi diari che le masse sono molto più primitive di quanto possiamo immaginare. La propaganda deve essere essenziale e semplice, basata sulla tecnica della ripetizione. Tecnica, tra l’altro, modernissima, mandata avanti dalle grandi agenzie pubblicitarie americane: la Unique Selling Proposition, cioè una proposta di vendita unica.»

Sbatti il mostro in prima pagina. Fotogramma.

Ogni volta che le piazze tornano a riempirsi contro inflazione e diseguaglianze, la stampa rischia di cadere nella trappola denunciata da Bellocchio: schiacciare le ragioni di migliaia di manifestanti sul racconto degli scontri, cercando a tutti i costi l’«agitatore» da sbattere in prima pagina per rassicurare il “paese reale”. L’insegnamento di Sbatti il mostro in prima pagina resta così di sferzante attualità. Già mezzo secolo fa, la pellicola ci ricordava che, focalizzando l’attenzione su un “mostro” costruito ad arte, si finisce per oscurare la vera radice del disagio sociale. È una lezione fondamentale per i lettori e il giornalismo di oggi, chiamati a superare il sensazionalismo per cogliere le reali tensioni delle piazze d’ottobre.

Sbatti il mostro in prima pagina. Fotogramma.

Per quanto la relazione tra il quotidiano Il Giornale fondato da Indro Montanelli nel 1974 e la testata omonima del film sia esclusivamente una coincidenza temporale e nominale — senza alcun legame storico, societario o di causa-effetto —, questa sovrapposizione risulta quantomai singolare, anche se l’attuale redazione del quotidiano milanese sembra raccogliere l’eredità editoriale dell’ing. Montelli… pardon, errore di battitura, del compianto Montanelli. L’omonimia è dunque del tutto casuale e riflette soltanto la redazione fittizia e il clima politico del film. Gli sceneggiatori — che sicuramente seguivano con attenzione la stampa dell’epoca — non si ispirarono al futuro quotidiano di Indro, ma al panorama editoriale di inizio anni ’70. Il punto di riferimento principale fu il Corriere della Sera, da cui il noto giornalista venne licenziato nel 1973 dopo aver dichiarato la sua volontà di fondare un nuovo giornale a seguito della virata a sinistra impressa al quotidiano un anno prima con il cambio di direzione (l’uscita di Giovanni Spadolini). A volte il cinema (in Italia) gioca scanzonati scherzi. Un altro mistero della settima arte!

© arcomai I Scontri tra polizia e dimostranti a Bologna nel giorno di Sabato 24 ottobre 2026.


Back to Top