L’architettura attraverso Fritjof Capra

“…chiedete al mattone cosa voglia diventare “ … risponderà:… “vorrei essere un arco” Louis Kahn (Intervento alla Design Conference di Aspen, 1973).

Leggendo alcuni testi di Fritjof Capra (fisico e saggista austriaco, direttore del Center of Ecoliteracy a Berkeley; autore, tra l’altro, de: Il tao della fisica, Adelphi 1982, La rete della vita, Rizzoli, 1997, La scienza della vita, Bur 2002 ), ho trovato molti collegamenti fra questi e la ricerca sulla progettazione architettonica di Giancarlo Mazzanti, architetto colombiano, premiato con il premio nazionale di Architettura in Urban Design e Paesaggio alla Biennale di Venezia del 2006.

Capra, procedendo per analogia, trasversalmente alle “discipline ufficiali” è alla ricerca di un’unità di fondo delle cose e dimostra come sia prezioso guardare al funzionamento dei sistemi biologici (cercare di individuare essenza e caratteristiche della vita) per trarne suggerimenti utili alle nostre scelte e comportamenti, specie per studi sulle organizzazioni umane.

Il mio intento è di trasporre le sue riflessioni anche in ambito architettonico. Così, seguendo una struttura di pensiero da questi individuata per lo studio della vita, vorrei applicare all’architettura i suoi strumenti, innanzi tutto allargandone la prospettiva e considerando l’architettura non solo costruzione, oggetto isolato, ma anche atto mentale, relazione; spostandone, cioè, la percezione dalla figura (oggetto fisico esistente così solo qui e ora) allo sfondo (clima, luce, cultura, luogo, pensiero,… che l’hanno generata e continuamente la trasformano). La proposta è quella di abolire la netta dicotomia (insita nel pensiero occidentale) fra idea e materia, forma e sostanza, pensiero e costruzione, mente e realtà esterna, riconoscendone, invece, la natura comune ed il continuo e reciproco apporto e scambio.

Analogamente, Mazzanti pensa all’architettura come ad un’azione prima che come ad un oggetto costruito ed ipotizza una coincidenza fra l’essere e l’agire. Al Festarch di Perugia, nel giugno 2011 diceva: “Crediamo che il valore dell’architettura si basi non solo su se stessa ma anche su ciò che produce,… Ci interessa indurre azioni, eventi e rapporti, il che ci permette di sviluppare forme,… organizzazioni materiali aperte che agiscono sulla costruzione di azioni sociali; non come applicazione di schemi funzionali “autoritari” (impositivi?), ma come “propiziatori” (stimolatori?) di nuovi rapporti quotidiani…, incoraggiando la gente a comportarsi, mentale e fisicamente… I nostri progetti pretendono di essere strumenti che generano scambi spaziali, sociali e ambientali; un´architettura basata su configurazioni aperte e adattative, una pratica che opera su e tra il mondo delle cose animate e inanimate…”.

In accordo con le riflessioni di questi autori, anche io credo che il “mondo a ciascuno di noi esterno” non sia una realtà da noi separata, ma si debba intendere come la creazione continua di nuove relazioni che si generano a partire da tutte le sue parti interne (dal basso, bottom up, filosofia dell’Emergentismo), da dentro le cose, per gli esseri viventi anche dalle continue loro scelte… dare significato è essenziale per gli esseri umani e fa emergere, attraverso valore e senso attribuiti, mondi diversi dall’apparenza di un’unica realtà (1). Di più: i colori, i sapori, (le categorie di pensiero “bello”, “brutto”etc.) esistono in una loro fisicità oggettiva, o solo nella nostra percezione? Certi di non arrivare a dare risposte, tantomeno definitive, questi autori indagano su cosa leghi la mente alla natura, il pensiero alla materia (2).

Ho notato dunque che ricalcando le quattro (in analogia con Aristotele) caratteristiche chiave della vita individuate da Capra, emergono, come da un setaccio, gli strumenti di progettazione e di lavoro sull’architettura di Giancarlo Mazzanti, che infatti vede l’architettura come relazione, prima che come oggetto, dunque anche aperta alle trasformazioni del suo contesto. Comprendendo più appieno questa analogia credo si potrebbero ottenere nuovi dispositivi di ricerca e di lavoro per la progettazione architettonica. Capra individua nell’essenza della Natura un continuo lavoro di interscambio in una dinamica non lineare fra PROCESSO, FORMA, MATERIA. A cui aggiunge la quarta polarità del SIGNIFICATO (apporto della mente). La novità di approccio intuita da Mazzanti per l’architettura, e già esplicitata da Capra in altri campi, sta nel considerare la realtà come relazione-scambio di questi aspetti e non come contrapposizione di uno all’altro, con necessaria scelta di uno come principale, come finalità con la conseguente eliminazione-esclusione dell’altro. Nessuno vale solo in se stesso, nessuno è scopo. La storia delle scuole di restauro, da Viollet le Duc a Ruskin in poi lo dimostrano: la forma considerata solo in se stessa diventa vuota astrazione, imposizione, generico, finzione; la conservazione della mera materia come fine è impossibile per definizione; spesso il conservare l’”originarietà” ha portato assurde costrizioni; Mazzanti capisce che al centro sta la vita e l’architettura deve porsi a servizio dell’uomo.

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© arcomai l Parallelismo fra le polarità di F. Capra e l’architettura di G. Mazzanti.

Mettendo in relazione la sua filosofia con l’architettura, si ottiene:

FORMA <> DIAGRAMMA MATERIA <> COSTRUITO, UNICITA’ PROCESSO <> NON FINITO, TEMPO, DEGRADO SIGNIFICATO <> VALORE, CULTURA

La novità di approccio intuita da Mazzanti per l’architettura ed esplicitata da Capra in altri campi sta nel considerare la realtà come relazione-scambio di questi aspetti e non come contrapposizione di uno all’altro, con necessaria scelta di uno (come principale, come finalità) ed eliminazione-esclusione dell’altro. Nessuno vale solo in se stesso, nessuno è scopo. La storia delle scuole di restauro, da Viollet le Duc a Ruskin in poi lo dimostrano: la forma considerata solo in se stessa diventa vuota astrazione, imposizione, generico, finzione; la conservazione della mera materia come fine è impossibile per definizione; spesso il conservare l’”originarietà” ha portato assurde costrizioni; Mazzanti capisce che al centro sta la vita e l’architettura deve porsi a servizio dell’uomo; … impariamo dalla Natura, dalla vita, leggendone le leggi… il rapporto tra mente, significato e trasformazione è molto stretto…

1. FORMA, SCHEMA DI ORGANIZZAZIONE AUTOGENERATIVA / DIAGRAMMA, CONCEPT DINAMICO

Dagli studi riportati da Capra sembra esistere, all’origine della Natura e della vita, uno schema di organizzazione generale in continua evoluzione; secondo Capra, ogni cosa reale (che appartiene alla realtà che viviamo), sia essa minerale, vegetale, animale è, innanzi tutto, una rete di relazioni; la relazione è più importante della cellula, della “cosa”… la cosa è solo forma temporanea, il limite di equilibrio dell’energia che tiene assieme la forma (3)… nell’infinitamente piccolo sembra non esista la particella, il mattone, ma solo la relazione reciproca –energia–; questo anche nel vuoto (che di per sé non esiste). Come già affermava Wiener nel 1950: “Noi non siamo materia che rimane, ma strutture (patterns) che si perpetuano”.

Le radici della vita discendono fino al mondo della materia inanimata; “l’autorganizzazione è la comparsa spontanea di nuove strutture e nuove forme di comportamento in sistemi aperti lontani dall’equilibrio (dimostrata con modelli semplici); Capra osserva sperimentalmente che si creano spontaneamente anelli di retroazione multipli, che a loro volta generano ipercicli, che poi diventano stabili: l’ordine è generato dal rumore: “le reti possono acquisire la capacità di regolare se stesse, imparando dai propri errori secondo cicli evolutivi per approssimazioni successive”.

Questa “intelligenza generativa” (leggibile oggi nel DNA) tanto ricorda il recente approdo dell’architettura all’utilizzo dello strumento del diagramma (4) nella progettazione. Questo mira a sostituire la forma fissa e impositiva di un progetto “qui ed ora”, con sistemi di relazioni, strategie: non forme rigide, cristallizzate, ma intelligenze adattitive, dna di sviluppo… il concept dovrebbe essere un’idea (o una struttura di idee) generatrice/i: non un punto di arrivo, una cosa, ma un processo, l’intuizione del “carattere” dell’edificio, che empaticamente guiderà la sua progettazione futura, così che l’edificio non debba considerarsi finito, ma abbia in nuce in sé, nella sua forma diventata materia, una specie di auto-generazione di sé nel futuro.

Citando Mazzanti: “C’è un accentuato interesse sul lavorare i progetti dalle funzioni diagrammatiche dovuto alla loro natura operativa; il diagramma è una struttura grafica di pensiero associata ad una procedura, ad un comportamento del sistema; è per noi un catalogo di istruzioni o una strategia… Il diagramma non è una geometria, sono configurazioni o disposizioni aperte che ci permettono di agire e definire le qualità desiderate, a modo di istruzioni di uso; è per questo che si possono trasferire modelli o campioni di altre discipline; questo è essenzialmente operativo non rappresenta niente, non è metafora, definisce soltanto condizioni che agiscono sulla materia e lo spazio… Il mondo è costituito partendo da sistemi di organizzazione di materiale organico, inorganico, topografico, paesaggistico, meccanico, cibernetico, ecc… L’idea è trasferire le proprietà di un sistema di organizzazione materiale, organico e inorganico all’architettura… affinché l’architettura operi come uno scambiatore sociale”.

Giancarlo Mazzanti in particolare, ispirandosi alla Natura per alcune sue forme di crescita (5), studia i sistemi adattativi, la crescita per moduli (addizioni di parti simili con spazi interstiziali che cambiano) che poi si differenziano nel tempo con l’uso, inventa differenti forme di crescita: per fasce, moiré, per ramificazioni. E’ la cosa nel tempo che deve dettare il suo futuro. Questo denota un’evoluzione in atto nel pensiero della progettazione architettonica: dallo schema iniziale del progettista ad un’ “intelligenza” dell’opera progettata che deve acquistare “vita propria” autorigenerandosi, o meglio: dettando nel tempo i modi per la propria continuazione-modifica…“Le fasce e moirè sono sistemi astratti di organizzazione che ci permettono di sviluppare strategie di organizzazione incompiute e indeterminate; si basano sulla combinazione di elementi ripetitivi e regolari; un’idea di codice flessibile senza scala e finale dove l´ordine radica di più su di una possibile direzionalità e crescita per ripetizione”. Insomma, la cultura contemporanea sta uscendo dall’idea della ricerca della perfezione come cosa, immagine, forma fissa, sostituendola con l’idea di un processo infinito e aperto, sempre da ritrovare e reinventarsi con la mutazione dell’intorno.

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© giancarlo mazzanti l  Parco Tercio Milenio, 2001 (In associazione con Rafael Esquerra, Carlos Hernandez).

2. MATERIA – SISTEMA APERTO, DISSIPATIVO < > COSTRUITO, UNICITA’, DEGRADO

La realtà che noi conosciamo, nella scala in cui viviamo, non è però energia libera, ma materia. Siamo continuamente attraversati dall’energia, attraverso la materia che ci costituisce e che continuamente si trasforma: respiriamo, beviamo, mangiamo, espelliamo scarti…oltre che individui con dna e progetto proprio, siamo sistemi aperti dissipativi di materia ed energia. Un sistema vivente è aperto e chiuso allo stesso tempo. Così l’architettura è strettamente connessa alla sua fisicità, la sua forma connessa ai materiali, alle tecnologie di cui è fatta -e qui torna la citazione iniziale di Louis Khan: chiedete al mattone cosa voglia diventare … risponderà: “… vorrei essere un arco”.

La materializzazione fisica è il particolare, l’unico, la storia, il mistero del tempo, l’essere qui ora, che lo schema di organizzazione del sistema (generale) genera ed inesorabilmente evolve (morte dell’individuo contenuta nella vita). La struttura è la relazione reale, particolare, l’incarnazione fisica della sua organizzazione. Tutte le strutture fisiche sono strutture dissipative destinate al degrado e alla morte (6). Dentro alla realtà della materia c’è il degrado inarrestabile, la fatica del vivere, l’imperfezione ineliminabile, il non finito come unica realtà conosciuta, il lavoro continuo richiesto in questa vita. Ma anche il molteplice, la differenza, l’unicità, l’impossibilità della duplicazione. E’ lo specifico che si oppone al generico.

La realtà dimostra sempre una complessità superiore a quello che di essa si è capito; infatti la realizzazione è sempre differenza; la costruzione, il passaggio alla concretezza porta alla diversificazione, alla crescita, alla complessità, all’autenticazione, mentre nell’idea astratta la copia vale tanto quanto l’originale. “…La macchina dell’assimilazione, dell’analogia, dell’identità (la macchina dei concetti isolati dalle cose) continuerà a trascinarci e a soffocarci in un mondo, questo sì davvero fittizio e illusorio, di automatismi e semplici ripetizioni, in un mondo che alla fine è morto…” (7). Qualcosa, dunque, lega l’autenticità, il “vero”(?), all’unicità e alla fine. Non è proprio nella soggettività dell’individuo il valore della diversità, indispensabile all’evoluzione? La Natura, per procedere nella sua evoluzione verso la complessificazione, ha bisogno di crearsi degli errori, delle differenze. E’ contro produttivo cercare di eliminare la pecora o il cigno neri (8). L’uomo non sa procedere per soli automatismi. L’errore (9) gli è necessario per consentirgli la libertà, l’errore salvaguarda l’uomo dall’uni(vo)cità di interpretazione e di giudizio.

Capra ci fa notare che il Secondo principio della termodinamica muta se studiato con matematica complessa, non lineare e riferito a sistemi aperti; infatti, sostiene, l’entropia cresce, e si va verso dissipamento, caos, involuzione solo se la visione sia legata ad un sistema chiuso. Ilya Prigogine ci dice che proprio ”l’irreversibilità – la freccia del tempo, la morte- è il meccanismo che fa scaturire l’ordine dal caos”. La Teoria della complessità parla dell’emergere, dell’affiorare spontaneo di nuove forme d’ordine dal caos e dalla confusione.

Mazzanti intuisce che il non finito è l’energia potenziale della trasformazione che apre all’immaginazione e trasforma in continuo le cose. La fine (il finito, il completo) è la morte, il distacco, il passaggio a una dimensione senza tempo. Infatti il restauro di completamento e la riproposizione di un’ipotetica integrità a volte ci fanno perdere irrimediabilmente l’energia mentale-immaginativa-di memoria legata all’oggetto: Mazzanti progetta non solo pensando al qui e ora, ma secondo il concetto di moltiplicare uso nel tempo, la forma è giusta se può diventare qualcosa d’altro, si confonda per poi ritrovarsi,… cita Jonathan Hill:“ Un Tappeto di neve può essere un letto o convertirsi in una sedia”. Come già in arte aveva fatto il Surrealismo, l’oggetto moltiplicato per se stesso diventa spazio, ritmo, tempo, si ripete identico ma si trasforma, grazie anche alla soggettività (all’errore) di chi lo guarda. L’ambiguità, la plurisignificanza, la titubanza interpretativa, la vaghezza, l’estraniamento, grazie alle leggi dell’inaspettatezza e dell’imprevedibilità, danno efficacia artistica. La nascita di nuovi tipi avviene attraverso ibridazioni, compresenza di forme e tipologie diverse. La forma non può comportare un unico contenuto. La ricchezza sta anche nell’errore, nelle infinite singole interpretazioni.

Mazzanti si propone di progettare un´architettura vicina all’arte contemporanea, nel senso che l’utente della sua architettura deve essere partecipativo, non un ente passivo che solo osserva. “Il progetto rifiuta l’idea della contemplazione come il modo più idoneo di esperimentare l’architettura… Un’architettura contemplativa riafferma soltanto l’autorità dell’architetto e svaluta l’utente, questa forma di avvicinamento valuta soltanto il senso del visuale; l’udito, l’olfatto e il tatto vengono soppressi dall’avvicinamento e percezione dell’utente…” L’intelligenza ed il coinvolgimento che l’architettura comporta debbono riguardare l’intera persona… perché ognuno di noi non vive solo nella vista o nel pensiero, ma nelle compresenti dimensioni, di grandezza, luce, vento, freddo, odore,…

Ma allora qual è il confine fra quello che è considerato un buon progetto (poco approssimativo ma molto pensato sulle esigenze e sul luogo di un momento) e la necessità di un’evoluzione, di una trasformazione successiva? Qual è il rapporto che intercorre tra architettura e tempo? Fra bellezza (integrità, completezza) raggiunta e sua trasformazione? Leon Battista Alberti parlava della bellezza come di qualcosa a cui nulla si possa togliere o aggiungere senza peggiorarla… simile al raggiungimento dell’equilibrio di un teorema matematico o alla ricerca dell’oggetto scavato nella ricerca del minimo -in cui gli altri non entrano più- di Mies o Jobs. Ma può davvero esistere il bello come conquista (realtà) definitiva legata ad un oggetto “conservabile”?

Non credo: la bellezza implica la percezione (consapevolezza), il contatto con la vita di chi guarda. E l’oggetto finito e perfetto non esiste. Esistono opere che ci parlano dell’intuizione della perfezione. Che scavano più approfonditamente nella ricerca e suggeriscono una strada però sempre da ripercorrere diversamente. Il finire qualcosa è un distaccarsene… mi sembra che la fine porti sempre con sé il dolore di una perdita… Trovo che le immagini finite, completate, siano come l’enunciato di un teorema senza dimostrazione. C’è in esse, appunto, il distacco di qualcosa che non è completamente nostro, che non riusciamo a conoscere a fondo… La pura contemplazione è un punto di arrivo fuori dal tempo, e comunque non deve implicare distacco e reverenza, ma compartecipazione. E raramente si raggiunge.

Le cose sono in un continuo stato di trasformazione di andata e ritorno fra incompletezza/azione e bellezza/contemplazione. L’arte è viva in chi l’osserva e ne richiede il contributo. Senza questo processo di scambio, di andata e ritorno, non farebbe parte della vita, che invece la produce. Ogni cosa non esiste in se stessa, come oggetto, ma come relazione e muta col mutare della percezione…ogni osservatore deve dare il proprio completamento, la propria interpretazione, giudizio, o la sua unicità non avrebbe senso… sempre Mazzanti scrive: “Cerchiamo di ottenere che l’utente possa essere un agente creativo, pretendiamo che i nostri edifici siano aperti all’appropriazione mentale o fisica dell’utente, a questo scopo lasciamo parti indefinite, incompiute, vuote, senza uso ecc.; il che permette di occupare o usare gli edifici in modi inaspettati o trasformarli dall’utente come un’opera aperta. Più di un’ architettura finita e chiusa proponiamo lo svolgimento di sviluppi di sistemi aperti e adattativi; composti da moduli e campioni di associazione: capaci di adattarsi alle più diverse situazioni, siano topografiche, urbane o programmatiche; il che genera edifici disposti a crescere, cambiare e adattarsi a seconda da circostanze particolari o temporali, una strategia che permette cambiamenti incidenti e scambiabilità, pensate più come un metodo che come una forma permanente e che esiste soltanto in virtù delle sue capacità di mutamento”. Mazzanti definisce l’Architettura una pratica materiale, aperta ai cambiamenti di luce, clima,… agli uccelli e alla materia, non solo concept astratto…l’architettura è esposta alla mutabilità, all’impossibilità di conservare il qui ed ora: anche se conservassimo la materia, muterebbe comunque il modo di leggerla, il contesto e le relazioni culturali… accettare che la fisicità è anche degrado, non si può conservare tutto… conserviamo solo ciò a cui diamo valore…

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© giancarlo mazzanti l  Concorso Nevado de Ruiz, 2005.

3. PROCESSO – SISTEMA COGNITIVO – CONTINUUM / PROCESSO NON FINITO, TEMPO

Secondo la Teoria di Santiago, la vita si identifica con la cognizione, la creatività è intrinseca alla vita, l’attività organizzativa a qualsiasi livello è attività mentale (la mente non risiede solo nel cervello, ma emerge da tutto l’essere). Anche gli organismi più semplici, infatti, hanno la capacità della percezione, dunque della cognizione. Anche se non vedono, percepiscono i cambiamenti del loro ambiente e in base a questi si trasformano… (intelligenza del corpo, della vita, della Natura). L’attività di organizzazione dei sistemi viventi, a ogni livello in cui si manifesta, è attività mentale.

Cognizione è sviluppo continuo, auto-apprendimento, appropriazione, evoluzione, sistema che impara e interagisce con l’ambiente.

Il progetto di architettura è processo di approssimazioni successive, di andata e ritorno, non una teoria esatta, ha un’intelligenza dell’evoluzione nel tempo che va sfruttata,… emerge dal processo, non dalla singola idea astratta. “Sono per un’arte che cresce senza sapere che è arte” (C. Oldenburg). Mazzanti pensa alle sue architetture come ad un non finito, le apre al futuro, alle trasformazioni.

L’architettura moderna già da tempo ha scoperto il fascino dell’”architettura senza architetti”, delle costruzioni spontanee, della irripetibile armonia prodotta dall’accostamento di unità simili fatte da mani diverse in tempi diversi. Fin dal dopoguerra, alcune personalità (tra cui Giuseppe Pagano, Bernard Rudofsky, Roberto Pane) studiarono con taglio antropologico il mondo delle costruzioni spontanee e vernacolari… successivamente ricordiamo gli studi di Roberto Maestro, De Rubertis, di Lucien Kroll sulle categorie di azione, modalità di intervento studiate sull’architettura spontanea; l’architettura deve imparare dai propri errori, è necessario ri-studiare i progetti abitati, trasformati dal tempo (Koolhas lo sta facendo?)

Forse si conserva davvero solo ciò che sa trasformarsi e riadattarsi, non quello che rimane rigidamente – ma solo apparentemente- uguale a se stesso (10); non ho mai creduto nei progetti “intoccabili”, ma nell’architettura che resista al tempo e alle trasformazioni. Penso, anzi, che proprio l’accidentale, la realtà del costruire, il tempo e l’unicità delle vicende storiche attraversate possano conferire al progetto (divenuto architettura “fisica”, realtà) quel valore di riconoscibilità, singolarità, carattere di luogo (11). Nel passato, mentre si lavorava con continuità sul costruito, si procedeva ad un continuo cambiamento. Vedo nel tempo trascorso, nella storia di un edificio quel “surplus” di valore rispetto a quello stesso progetto perfettamente ricostruito.

“In genere si può dire che sono più brutte le città cresciute più rapidamente. Non c’è stato il tempo di ripensarci, di correggere gli errori, di aggiustare il tiro. Si dovrebbe pensare ad una città come ad un’opera incompiuta, lasciando lo spazio ed il modo a chi verrà dopo di correggere gli errori che inevitabilmente facciamo e faremo. La bellezza di certi luoghi è determinata dal fatto che si sono costruiti nell’arco di molti anni. La città è come una grande tela sulla quale molti pittori hanno dipinto senza preoccuparsi di ciò che già vi era raffigurato, cosicché ne risulta una sorte di puzzle fatto di pezzi montati a caso da scatole diverse. Il paesaggio urbano è opera collettiva. Gli storici dell’architettura ci hanno trasmesso un rispetto eccessivo per l’opera di architettura contemporanea, come se tutto quello che è stato costruito fosse “documento” importante da conservare intatto, così come lo aveva pensato il primo progettista. In antico erano più disinvolti: il progetto iniziale era solo il primo passo di un lungo iter che portava all’opera definitiva, completata spesso a distanza di qualche secolo dalla posa della prima pietra. L’architettura era il palinsesto sul quale si è scritto per secoli storie diverse, opera d’arte a più mani, dove si scriveva cancellando. E’ giusto che si guardi con rispetto le cose che hanno resistito nel tempo, che hanno saputo trovare una loro diversa funzione, un nuovo modo di rapportarsi alla realtà… Le cose si aggiustano col tempo, anche quelle sbagliate. E’, comunque, un errore pretendere di progettare tutto in una volta sola. L’operazione di fondare una città dovrebbe essere giustificata dall’impossibilità di modificare città che esistono già” (12).

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© giancarlo mazzanti l Bibliotca 12 de Octuber, 2009 (In associazione con Felipe Mesa).

4. SIGNIFICATO < > VALORE, CULTURA, RICERCA DI SENSO

“Il nostro mondo interiore, con i suoi concetti, idee, immagini e simboli è dimensione dalla quale la realtà sociale non può prescindere.” Capra, op. cit.

Ognuno di noi è in primis una struttura di pensiero (senza la quale nemmeno organizza-utilizza le informazioni che gli arrivano dal mondo) che dà un senso diverso alla realtà e con questo la modifica. Senza dare senso non si agisce né produce nulla, ogni essere ha il dovere di reimmettere nella realtà la sua lettura delle cose, il nuovo ordine della sua struttura di pensiero. Credo che la necessità di dare senso abbia a che fare con l’essenza della vita stessa (quella capacità cognitiva non solo della mente di cui ci parla Capra), col continuo processo di reinvenzione e trasformazione che la caratterizza. La vita di per sé non avrebbe un senso solo, univoco, o uno definito in particolare, acquista quelli delle visioni delle sue parti che, in continuo, la creano e modificano. Così la nostra mente non è un oggetto, ma un processo. Il linguaggio è parte del pensiero, ne forma lo sviluppo. Il linguaggio non è tanto trasmettere informazioni, quanto coordinare il comportamento e la relazione. Il linguaggio della Natura è il linguaggio delle relazioni (principi compositivi della retorica).

Così, in architettura, gli eterni dibattiti sul restauro acquisterebbero nuova luce: il fine non è di conservare oggetti fisici secondo regole, ma creare processi e strutture di pensiero all’interno delle quali l’opera architettonica, pur magari conservando in parte la stessa materia di secoli prima, si muove e rimane viva nell’attualità.

Mazzanti ci parla dell’importanza del riconoscersi, del senso di appartenenza che deve legare l’architettura all’uomo. Di architettura di appropriazione (o è destinata alla morte), di architettura come processo mentale prima che fisico; deve esserci intesa fra l’architettura, il luogo, chi la abita,…l’architettura deve sviluppare inclusione sociale, essere integrata alla vita come processo prima che costruzione fisica, integrarsi alla natura, al mondo animale, vegetale, minerale,… la vita è un continuum, inscindibile da linguaggio, contesto sociale, coscienza riflessiva… l’architettura deve agire creando vincoli, nel materiale, sociale, nel pensiero.

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© giancarlo mazzanti l Colegio Gerardo Molina, 2008

 

Note
(1) Anche la Fisica quantistica ritiene indissolubilmente inscindibili le relazioni fra osservatore ed osservato, che rendono impossibile conoscere e definire la realtà come un’entità esterna. “L’atto della misurazione partecipa profondamente alla creazione della realtà osservata”, vedi Brian Greene, op. cit.; “Non esiste uno spazio assoluto indipendente dall’osservatore. La meccanica quantistica parla di un universo non impresso nel presente, ma sempre aperto e ambiguo, dove le cose divengono certe solo in relazione al pensiero (ipotesi) dell’osservatore, che è parte non distaccata del tutto, ma in esso operante”, vedi Capra, il tao della fisica, op. cit.
(2) Ancora la fisica quantistica ci parla dell’impossibilità di separare l’osservatore dall’osservato: le strutture e i fenomeni che osserviamo non sono che creazioni della nostra mente che misura e classifica … “Solo quando una particella viene osservata (misurata) assume casualmente una proprietà o un’altra” Capra, op. cit. Heisenberg ci assicura esista sempre una quantità minima di indeterminazione; di più: l’indeterminazione riguarda ciò che possiamo sapere della realtà o la realtà stessa? Mario Livio, in “Dio è un matematico”, Rizzoli, a proposito del legame mente-natura si chiede se i numeri siano inventati o scoperti.
(3) Forma come il limite di equilibrio di forze, ad es. una bolla di sapone …La ricerca dei mattoni dell’Universo ha portato fino alle stringhe e oltre e dimostrato che nell’infinitamente piccolo non c’è un oggetto, materia, ma energia e che l’energia e la materia hanno stessa natura (E=mc2), ma una si manifesta come energia senza tempo, l’altra nel tempo e con una forma…
(4) Sui diagrammi vedi “progetti automatici” di G. Corbellini, parametro n. 260. Nella storia dell’architettura troviamo vari tipi concept: dalla sezione aurea –da Alberti a LC- a Koolhas, ai software trasformazionali che non copiano la forma, ma la autogenerano, non si occupano più della sola gestione della rappresentazione dello stato finale, ma sono macchine per elaborare il progetto. Ma già gli studi di architetture senza architetti, spontanee fanno emergere un’intelligenza adattativ, matrice “autogenerativa” della forma nel tempo.
(5) Vedi D’Arcy Thompson, Crescita e forma, Universale Bollati Boringhieri, Torino 1992
(6) Lasciarsi attraversare, riconoscersi parte di un processo più ampio, perdersi… lettura della sessualità: sciogliersi, fluire, fondersi per generare il nuovo…l’antitesi della struttura, del dna, dell’individualità… La morte naturale si manifesta solo negli organismi che si riproducono sessualmente e possiedono una struttura corporea individuale… la morte è inseparabile dal sesso e dall’individualità … la vita di per se stessa a quanto ci risulta è immortale… la morte è il prezzo che paghiamo per l’individualità (Lowen).
(7) Gilles Deleuze, differenza e ripetizione.
(8) Vedi Il cigno nero, titolo di un libro sul “caso” di Taleb Nassim, sottotitolato “come l’improbabile governa la nostra vita”
(9) Necessità dell’errore (retroazione: funzionamento effettivo sempre diverso da quello previsto) per consentire l’evoluzione
(10) “ Numerosi edifici sono nati, in passato, da altri edifici. L’architettura – mi sia consentita l’immagine – ha divorato, per conservarsi, se stessa…” Francesco Venezia
(11) Vedi il concetto di „genius loci“ di Norberg Schulz
(12) Roberto Maestro, Sui muri e su altre più serie divisioni: ragionamento fiorentino n. 2, Alinea, Firenze, 1998.


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