Architetture contemporanee per Bologna: 9 domande ad Antonio Iascone

In coincidenza della riproposizione della mostra “Architetture contemporanee per Bologna” presso gli spazi dell’Urban Center bolognese, dal 3 al 30 settembre 2011, Claudio Zanirato, redattore di arcomai.it, ha incontrato Antonio Iascone per rivolgere 9 domande, assieme ad altri autori interessanti che operano in città, per indagare come si è formato, le sue principali propensioni, come vede lo scenario operativo dell’ambito bolognese. Fondato nel 1988 a Bologna e di recente affiancato dalla sede milanese, lo studio Antonio Iascone Ingegneri Architetti si occupa della progettazione di edifici di diverse tipologie e scale, residenziali, commerciali, industriali, retail, fino all’allestimento interno. Ogni progetto nasce come una nuova avventura guidata dal dialogo con committente e consulenti, ponendo attenzione a tutte le variabili, luogo, economia, tradizioni, materiali e tecnologie a disposizione, vagliando tutte le ipotesi nella ricerca di soluzioni ogni volta diverse, personalizzate e sostenibili nel tempo.

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© Antonio Iascone l Riconversione edilizia, via Saffi, Bologna, 2008

Claudio Zanirato Esiste una specificità dell’architettura a Bologna, città senza una formale “scuola d’Architettura”? Ritieni possa esistere un suo “genius loci” in questa città con cui distinguersi?

Antonio Iascone Pur non esistendo a Bologna una “scuola di architettura” esiste, o almeno è esistita, una grande attenzione al tema della città. Purtroppo, salvo rare eccezioni, questo non è stato sufficiente a dare alle nostre periferie quel carattere capace di creare un rapporto col territorio (centro storico e collina) tale da dare alla città un’identità complessiva soddisfacente. Per quanto riguarda il “genius loci”, ogni città, ogni luogo, ogni meandro della terra ha un “genius loci” nel quale può prevalere la mano dell’uomo o quella della natura; nella città prevale quella dell’uomo. A Bologna c’è una forte intersezione grazie alla vicinanza della collina; questa è una grande peculiarità che credo caratterizzi  fortemente la nostra città assieme al suo carattere medioevale.

 

CZ Dove hai studiato Architettura? La riconosci ancora come una scuola cui fai riferimento nella tua pratica professionale o hai preferito guardare anche oltre? Dove?

AI Non ho studiato Architettura, ma ingegneria civile edile. Questo inizialmente mi ha reso il compito più difficile, ora sono grato alla facoltà di ingegneria per le solide basi che mi ha dato e che mi hanno consentito di approcciare il tema del “fare l’architettura” in modo un po’ diverso.

 

CZ Il passaggio dalla scuola al lavoro com’è avvenuto e qual è stato il divario che hai dovuto colmare? E’ avvenuto con una pratica empirica o ti sei avvalso dell’esperienza d’altri studi?

AI Il passaggio è stato duro come penso per tutti. Grazie a mio padre ho avuto l’opportunità di conoscere studi come quelli di Renzo Piano, Gae aulenti, Ettore Sotsass, Ove Arup e questo mi ha molto aiutato a crescere.

 

CZ L’attenzione alla sostenibilità energetica ed ambientale sembra far convergere l’architettura contemporanea verso un indirizzo comune, in una rifondazione disciplinare, in una nuova sorta di globalizzazione “modernista”: come ti collochi di fronte a questa prospettiva? Avverti il rischio?

AI L’attenzione alla sostenibilità è un tema fondamentale ma non è una branca dell’Architettura, è piuttosto un atteggiamento che ciascun progettista deve avere per essere considerato tale. Questo ha delle ricadute nel nostro “prodotto” tale da poterla considerare una vera e propria opportunità creativa. E comunque la progettazione procede per priorità, ritengo che parlare di sostenibilità in un edificio del ‘500 abbia poco senso.

 

CZ Il tema della trasformazione prevale rispetto al processo di crescita urbana in una città come Bologna, dove spesso si riqualifica l’esistente invece che pensare ex novo: ma si possono instaurare anche nuovi piani relazionali con tali interventi di sostituzione, e cambiare così la città dal suo interno?

AI Questo è un punto che ritengo essenziale. Se è vero che non ha senso parlare di sostenibilità in un edificio del ‘500 è invece fondamentale consentire la “sostituzione” di edifici di scarso valore all’interno del tessuto urbano (aree in centro storico). Cogliere questa grande opportunità può migliorare la qualità degli spazi pubblici e innescare un interessante dialogo (costruttivo) tra vecchio e  nuovo; qui si può giocare la partita della riqualificazione della città.

 

CZ Lo spazio pubblico, che ha fatto unica la città di Bologna, è da molto tempo non più oggetto d’attenzioni progettuali particolari: è cambiata la città oppure il privato ha avuto il soppravvento sul sociale, spostando l’attenzione su altri territori?

AI C’è stato un eccesso di attenzione alla quantità (lo standard!) e non alla qualità degli spazi pubblici, da qui lo scarso interesse per la loro progettazione; oggi anche a causa della crisi il dialogo fra pubblico e privato sta migliorando e può essere una grande opportunità per la città. Aggiungo che da questo punto di vista c’è stata una certa miopia del privato che non ha capito che se un quartiere non è ben progettato non ha appeal, ed il mercato lo rifiuta: gli obiettivi di pubblico e privato sono molto più vicini di quanto si sia pensato sin ad oggi.

 

CZ Se l’architettura può essere definita “plasmare dei luoghi per delle persone”, qual è allora l’atteggiamento del progettista di fronte ad una committenza “virtuale”, cioè mediata da figure d’intermediazione, “commerciali” insomma?

AI Posto che userei cautela nel “plasmare dei luoghi per delle persone” e cercherei di promuovere la cultura del come le persone si debbano adattare ai luoghi, sono invece d’accordo che l’atteggiamento di molte, non tutte, le committenze attuali sia quella appunto di volere plasmare i luoghi.  Qui il progettista ha il compito più difficile e delicato: cercare di indirizzare la committenza per adeguare il progetto anche alle esigenze della collettività. Questo è l’atteggiamento etico che il progettista deve avere.

 

CZ La qualità dell’architettura che si sta facendo a Bologna ritieni si possa paragonare con quella che si fa nel resto d’Italia o esiste una differenza, qualitativa e/o quantitativa e come la motivi?

AI L’Italia purtroppo non è l’avamposto del fare architettura. Bologna, come molte altre realtà italiane, soffre l’incombenza di un passato che ha fortemente connotato le città e col quale non siamo ancora riusciti a stabilire un rapporto dialettico maturo. All’estero su questo cammino sono più avanti di noi, dobbiamo lavorarci su, acquisire maggiore sicurezza dotandoci di tutti gli strumenti, tecnici e culturali che ci consentano di superare questa timidezza. Dobbiamo ricercare la specificità dei luoghi, saperli reinterpretare con un linguaggio contemporaneo, maturo, non invasivo, non arrogante, capace di avere una propria identità in un sofisticato rapporto dialettico con l’esistente.

 

CZ Sei tra i pochissimi ingegneri a praticare con successo l’architettura, in una città d’ingegneri per la presenza storica dell’importante Facoltà: come spieghi questa differenza, tua innanzi tutto, ma anche di risultati che la scuola che hai frequentato ha prodotto sui destini della città?

AI Tanto per cambiare in Italia c’è un po’ di confusione! Il problema non è tanto che esistano dei corsi di Laurea che si assomigliano (Ingegneria Edile-Architettura e Architettura): il problema è che, a mio avviso, dovrebbero essere connotati in modo più chiaro; uno con una matrice più tecnica e uno con una matrice più umanistica. Questo non impedisce di cambiare idea strada facendo; le proprie attitudini si scoprono anche durante il cammino, come è successo ad esempio al sottoscritto. La facoltà di ingegneria, come ho già detto, è una grandissima palestra, anche di vita (almeno ai mie tempi!); la formazione solida e affidabile che la caratterizza costituisce una base fondamentale per il controllo degli aspetti tecnici dell’architettura. Come dico spesso nei team di lavoro: la nostra deve essere una “creatività affidabile”.

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© Antonio Iascone l Riconversione edilizia, via Po, Bologna, 2009, progetto residenziale non realizzato.

 

 

 

 

 


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