Al di la’ dell’involucro esteriore

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© oscar ferrari_arcomai | Kazuyo Sejima.

Nelle opere di Kazuyo Sejima – e quindi dello studio SANAA che l’architetto giapponese divide con Ryue Nishizawa – lo spazio possiede una dimensione – direi tutta nipponica – più ampia rispetto alla “misura” definita dal lavoro di altri designers contemporanei. Infatti nel suo programma compositivo i confini sfumano tra il dentro e il fuori dei suoi edifici come nel 21st Century Museum of Contemporary Art (Kanazawa, 2008) dove la “differenza” tra la struttura circolare e la parete curvilinea di vetro che la circonda diventa percorso e permette ai visitatori di osservare il museo dall’esterno pur non essendone fuori e, al contempo, rapportarsi – in una prospettiva totale – con il parco al di la’ del vetro. Questa singolare prerogativa della sua ricerca progettuale la troviamo proprio nella progettazione di edifici espositivi che hanno contribuito a fare conoscere ed apprezzare in tutto il mondo la vincitrice del Pritzker Architecture Price 2010. Riguardo a questo specifico settore della progettazione e del suo lavoro, Sejima ha dedicato gran parte della lectio magistralis che ha tenuto lo scorso 23 Settembre presso il Palazzo dei Congressi della Fiera di Bologna, appuntamento clou del Cersaie, quest’anno alla sua 29a edizione.

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©SANAA l 21st Century Museum of Contemporary Art Kanazawa, pianta. The Toledo Museum of Art Glass Pavilion, pianta.

Scegliendo di iniziare la sua lezione parlando del Museo di Kanazawa, il prestigioso ospite ha detto al pubblico intervenuto: “Fin dall’inizio della mia carriera mi sono sempre interessata delle relazioni che legano l’ambiente esterno a quello interno. […] Non si tratta di un museo tradizionalmente inteso perché al suo interno ci sono spazi per il pubblico direttamente connessi al parco. Il cliente ci aveva chiesto di considerare due edifici distinti, ma noi li abbiamo uniti in uno solo per agevolare l’accesso da ogni parte”. Il manufatto, che si caratterizza dall’avere una forma circolare (112,5 m. di diametro) e’ occupato centralmente da sale espositive quadrangolari che creano “spazi neutri” di risulta aperti al pubblico. Il programma compositivo rende l’edificio estremamente flessibile; infatti, anche le sale museali possono essere utilizzabili in modo indipendente. I quattro cortili interni dividono lo spazio pubblico da quello privato contribuendo ad articolare ulteriormente la circolazione all’interno dell’edificio. “Anche la facciata – puntualizza la relatrice – può essere utilizzata come superficie espositiva. A secondo dei programmi culturali l’aspetto dell’edificio cambia completamente. Come architetti si progetta per funzioni, ma credo che sia importante progettare gli edifici in modo che possano mutare il proprio aspetto”.

Per Sejima il concetto di funzione appare per la prima volta quando, in una certa fase della condizione umana, la continuità dell’agire viene suddivisa o spezzata. In questo l’architettura ha un ruolo fondamentale, dividendo e classificando gli spazi sulla base di un pensiero funzionale, che implica inevitabilmente una gerarchizzazione dello spazio e quindi la discontinuità del movimento delle persone. Come nel Museo del XII secolo anche nel Glass Pavillion di Toledo (Ohio, 2009) le costrizioni create dall’architettura vengono contenute, rendendo la circolazione un’azione spontanea a cui si associa un senso di serena continuità. Concepito come un’estensione del Toledo Museum of Art (1901), il padiglione della Glass City, cosi’ chiamata perché legata indissolubilmente all’industria vetraria, si distingue per una rete immaginaria di percorsi di circolazione estremante liberi, perché privi di direzioni obbligate e gerarchie. I confini tra gli spazi sono indefiniti, quasi invisibili, amplificati grazie all’utilizzo perturbante del vetro, ora trasparente, ora riflettente, ora deformante. “Per la caratteristica del luogo – ha spiegato Seijima – si e’ scelto di realizzare un edificio di un solo piano e completamente vetrato, in modo da permettere una completa permeabilità visiva in tutte le direzioni e rendere l’edificio parte integrante del parco. Il manufatto presenta una pianta rettangolare, mentre gli spazi interni sono organizzati secondo una griglia di circa tre metri, i cui angoli sono stati arrotondati per circoscrivere le stanze, facendone di queste come delle “bolle di sapone” – compresi i tre cortili interni – fluttuanti dentro una “scatola quadrata”. L’intercapedine tra queste bolle e’ di 80 cm, e permette di regolare termicamente l’intero complesso. La sovrapposizione di più strati di vetro distorce la vista e crea effetti stranianti che sia dall’interno che dall’esterno in un continuo variare di trasparenze e riflessi che contribuiscono a creare quella “immagine liquida” voluta dai progettisti.

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©SANAA l 21st Century Museum of Contemporary Art Kanazawa.

Queste due opere sviluppano l’intero programma funzionale su un unico livello, sottraendosi alla competizione volumetrica dell’involucro esteriore e quindi alla tentazione di sostituirsi agli oggetti ivi esposti. Eliminando i confini tra gli ambienti delle diverse funzioni, si riduce la distanza tra gli spazi espositivi e quelli distributivi. Si ottengono cosi’ delle “architetture incomplete”, perché prive di spazi chiari, chiusi, definiti. La funzionalità e’ qui sostituita da un gioco di attività “libere” generate dalle variazioni nella topografia del “piano unico”. Il campo astratto dei pavimenti genera uno spazio omogeneo, un ambiente della fluidità quasi assoluta, immacolata, senza tempo. E’ per questo che le architettare di Sejima – se non si ha la possibilità di visitarle di persona – sono difficili da comprenderle guardando semplicemente le belle foto pubblicate dalle riviste. Le piante, disegni oramai surclassati dalle immagini colorate, qui diventano mappe che ti accompagnato per mano nel viaggio della leggerezza ed immaterialità di uno spazio poetico che più lo si cerca di comprenderlo per le sue funzioni più diventa astratto. In L’occhio e lo spirito Maurice Merle-au-Ponty (1908-1961), esponente di primo piano della fenomenologia francese del Novecento, parlando di “orizzonte interiore di un oggetto” diceva a proposito dello spazio: “Io non lo vedo secondo il suo involucro esteriore, io lo vivo dal di dentro, vi sono inglobato. Dopo tutto il mondo e’ intorno a me, non davanti a me”.

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 ©SANAA l The Toledo Museum of Art Glass Pavilion.


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