People meet in architecture: L’ultima biennale

La redazione di arcomai.it, accreditato stampa e presente al completo alla tre-giorni che ha preceduto l’apertura al pubblico del 30 Agosto, documenta con questo redazionale (e nei contributi correlati) le sue impressioni sulla 12. Mostra Internazionale di Architettura di Venezia, aperta al pubblico fino al 21 novembre 2010.

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 © oscar ferrari_arcomai | XII Mostra Internazionale di Architettura di Venezia. Il Padiglione della Germania ai Giardini.

Dopo aver visitato una Mostra Internazionale di Architettura a Venezia, tra le tante riflessioni che essa può suscitare, c’è solitamente quella di volerne capirne il significato, individuarne le ragioni, trovare l’architettura. Per fare questo ci si aiuta in modo istintivo col confrontare l’allestimento in corso con quello/i precedente/i. Tralasciando gli aspetti legati al materiale – esposto alle Corderie dell’Arsenale, al Palazzo delle Esposizioni, nei Padiglioni ai Giardini e in altre sedi sparse per la città – di questa XIIa edizione, People meet in architecture, diretta da Kazuyo Sejima, possiamo dire che vi sia qualcosa di nuovo che la rende unica e, per certi versi, anche l’ultima.   Nell’ambito della rassegna, si apre oggi I Sabati dell’Architettura, un ciclo di conversazioni e momenti di discussione settimanali (organizzate presso lo Spazio Esedra ai Giardini, il Teatro Piccolo e il Teatro alle Tese all’Arsenale) che vedrà i Direttori delle passate edizioni – eccetto Aldo Rossi (1931-1997) – ripercorrere la storia delle mostre che si sono succedute in questi 35 anni di vita della Biennale di Architettura. A questi saranno affiancati architetti, critici e personalità del mondo dell’architettura nazionale e internazionale.   E’ questa iniziativa che ci fa pensare che qualcosa stia cambiando a Venezia; che una stagione stia per esaurirsi; che ci sia bisogno da parte dell’ente organizzatore di fare il punto, di rimettere insieme i pezzi di un format il quale, per quanto efficace sul piano mediatico, non sembra più’ incidere sulla cultura architettonica italiana ed estera. La redazione di arcomai.it si e’ soffermata su queste come su altre domande e tenta, nelle riflessioni che seguono, di prefigurare nuovi scenari per la Biennale di Architettura. Riflessioni che trovano spunto dalle conversazioni – che in qualche modo fanno da prefazione a “I Sabati dell’Architettura” – raccolte da Aaron Levy e William Menking nel libro Architecture on display: on the history of the Venice biennale of architecture (Architectural Association, Londra, 2010). Il volume, presentato venerdì 27 Agosto presso la Fondazione Giorgio Cini a Venezia, fa parlare, intervistati, proprio i protagonisti delle passate edizioni (Vittorio Gregotti, Paolo Portoghesi, Hans Hollein, Deyan Sudjic, Kurt W. Forster, Richard Burdett, Aaron Betsky) nonche’ Kazuyo Sejima – che concluderà sabato 21 Novembre il ciclo di incontri – e Paolo Baratta, attuale presidente della Biennale. Col “senno del poi”, essi raccontano al lettore delle loro esperienze, dei loro errori e delle loro innovazioni, tutti “casi singolari” che insieme hanno contribuito a costruire quella macchina mediatica che oggi viaggia con “moto permanente”, portandosi dietro successi ma anche contraddizioni, equivoci e questioni mai risolte.   Il messaggio di Kazuyo Sejima per quest’anno e’ che Le persone si incontrano nell’architettura. Tema indubbiamente forte, a cui il Direttore sembra voler dare una connotazione molto positiva, anche se un po’ generalista, all’atto dell’incontrarsi. Ma, incontrasi per fare che cosa? Per parlare, per contestare, per comprendere l’architettura, o semplicemente per passare il tempo? E poi, dove darsi appuntamento; dentro o fuori la format? E perché vedersi proprio nell’architettura – tra l’altro oggi entità difficile da riconoscere – quando oramai ci si ritrova virtualmente nei cosiddetti social networks? Ognuno di noi si può incontrare in qualsiasi posto. Ogni posto e’ buono per vedersi. Io mi trovo con chi voglio, e dove voglio io! E tu? E voi? Se il luogo non sempre coincide con l’architettura, perché’ incontrasi proprio la’? Seguendo questo ragionamento si può arrivare a dire che e’ proprio l’architettura, paradossalmente, a non essere più necessaria, a venir meno. E infatti Sejima chiede ai suoi curatori di creare atmosfere: “Darò ad ogni partecipante uno spazio, e incoraggerò loro a creare qualsiasi forma di atmosfera con i pochi materiali a loro disposizione”. Atmosfere, che lei riesce a creare all’Arsenale, ma che potrebbero essere installate anche alla Documenta (Kassel) o ad un qualsiasi altro art festival del mondo.

Ora, più che mai, il significato di un “fenomeno di massa” come quello di Venezia non va trovato tanto in ciò che li’ viene esposto, ma in ciò che non si vede. Come nell’arte contemporanea – ove non e’ importante l’oggetto d’arte, ma come questo viene comunicato – allo stesso modo per l’architettura non e’ essenziale come questa viene mostrata, ma in quale “forma” il messaggio viene veicolato dai media. E questo perché il format di Venezia e’ diventato un involucro in cui ci si può mettere tutto o nulla. Un giorno si potrebbe arrivare al caso surreale per cui la nostra biennale può esserci/esistere anche senza un’esposizione: con sale e padiglioni completamente vuoti. Anche se non c’è nulla da far vedere, la press scrive sul nulla, e il nulla prende forma, le parole si sostituiscono ai modelli, alle foto, ai disegni, ai video. Il vuoto diventa spazio,  e l’architettura che non c’è prende forma. Come dice Richard Burdett “ Anche se sbagli, centinai di miglia di persone vengono a vedere”. E questo perché, probabilmente ci si incontra solitamente altrove.

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© oscar ferrari_arcomai | XII Mostra Internazionale di Architettura di Venezia. Cloudscapes di Matthias Schuler e Tetsuo Kondo all’Arsenale.

Il tema del libro sopracitato e’ la “architettura in mostra”, che allude al grande enigma se l’architettura possa essere esposta o meno. Enigma che per Baratta diventa una convinzione quando dichiara che: “Una mostra d’architettura e’ una contraddizione in termini. In una mostra d’arte tu mostri un lavoro d’arte, mentre in una mostra di architettura non esibisci il prodotto dell’architetto. Cosi’ si mostra una mostra indiretta?” Dello stesso avviso sembra essere anche A. Betsky (XIa. Edizione): “Ho fatto più di un centinaio di mostre di architettura, e non sono sicuro che una di queste sia riuscita. E questo perché e’ virtualmente impossibile fare una mostra di architettura” […] “E’ quasi impossibile fare una mostra d’arte decente con meno di qualche migliaia di dollari. Cosi’ penso che sia meglio per noi sviluppare nuove forme di esposizione” […] “Internet e’ come una biennale continua, ogni cosa e’ continuamente in mostra.” A questo suo atto di outing, l’architetto/autore americano non aggiunge pero’ elementi utili a farci capire quale sia il grande limite della architecture on desplay, se non dando (con riferimento alla gestione dell’Arsenale) la colpa alla carenza di fondi, necessari – a nostro avvivo – più per riempire uno spazio, che agevolare il messaggio che questo deve comunicare. Dopo queste dichiarazioni viene spontaneo anche chiedersi se il curatore del 2008 fosse la persona giusta a ricoprire quell’incarico.

“Croce e delizia” della Mostra Internazionale di Architettura a Venezia e’ l’Arsenale. Gli intervistati lo hanno fatto capire chiaramente nelle loro conversazioni. E’ uno spazio unico, in cui si costruivano architetture in scala 1:1. Era un’industria delle costruzioni, e li’ si forgiavano macchine per la guerra. Questa affascinante fabbrica, una volta convertita in luogo di cultura, ha creato un precedente unico nel “fare mostra”, e innescato al tempo stesso alcuni fraintendimenti. Portoghesi aveva scelto questo complesso abbandonato per la sua mostra, per quella Strada Nuovissima, dove l’architettura poteva essere mostrata, toccata e attraversata come in una qualsiasi strada del mondo; dove in quello “spazio sociale” – costruito ad hoc – le persone si potevano incontrare. A trent’anni di distanza, questo luogo sembra aver perso tutta la sua sperimentalità. E Sejima lo ha educatamente fatto capire – a conclusione della sua intervista – quando dice: “Penso che uno spazio più piccolo dell’Arsenale faciliterebbe l’allestimento.” La questione dei soldi – rivendicata soprattutto dai Direttori stranieri – e’ un’altra storia, o meglio e’ uno degli “effetti collaterali” che ha portato la Biennale di Architettura a lievitare al punto di essere prossima ad uno stato d’implosione.

Non e’ vero che l’architettura non possa essere mostrata a Venezia, come altrove, solo perché qualcuno non riesce a domarne la grandiosità’ dello spazio vuoto (delle Corderie), costruito per uno scopo diverso da quello oggi assegnatogli. Quello e’ un luogo che incute timore, sia che sia pieno o vuoto; e’ un drago feroce che divora tutto. La poesia della Cloudscapes di Matthias Schuler e Tetsuo Kondo o la materialità della Balancing act di Antón García-Abril (Ensamble Studio), qui esposte, riescono a dare emozioni, ad addomesticarne lo spazio, ad attenuarne la monumentalità’, ma ciò non basta a fare di queste installazioni “stanze della verità” mediante le quali viene svelato il mistero dell’architettura.

Sull’impossibilita’ per l’architettura di essere mostrata, Dal Co sembra smentire dicendo: “Se fai una mostra con oggetti reali, partendo da disegni, plastici e fotografie, devi fare un gran lavoro per raccontare la storia complessa di ogni edificio. Devi pensare con attenzione sulla modalità di esposizione. Se metti solo un gran numero di televisori; beh, allora, e’ veloce ma noioso. Tutto diventa lo stesso, interscambiabile. Le nostre mostre erano influenzate da Carlo Scarpa, che ha installato molte mostre alla Biennale. Vittorio (Gregotti), Paolo (Portoghesi), Aldo (Rossi) ed io sapevamo cosa lui facesse, e quindi allestivamo le nostre mostre pensando a come egli le avrebbe concepite”. Queste parole vanno al di la’ dell’esperienza personale di un singolo, perché testimoniano come dietro alla storia di questi architetti (italiani) ci fosse un “modo” comune di pensare e, perché no, una “cultura del pensiero” grazie alla quale si sono costruite le fondamenta di ciò che e’ oggi la Biennale. Dopo quella stagione, la rassegna ha preso altre strade: dalle scenografie intelligenti costruite a Cinecitta’ nel 1980 si e’ arrivati alla spettacolarizzazione della virtualità con Less Aesthetics, More Ethics, curata da Massimiliano Fuksas nel 2000.   Nel libro in esame gli architetti (italiani) parlano anche di un elemento importante, il management della rassegna. A tale proposito Dal Co dice: “Il ruolo del direttore all’epoca (di Gregotti) era molto importante, qualcosa che non e’ più possibile, in parte perché’ c’è poco tempo per preparare. Oggi, i direttori lavorano per pochi mesi, per poi delegare tutto al presidente che della Biennale ne e’ diventato una sorta di general manager che si occupa di tutto” […] “Oggi le modalità di come vengono organizzati eventi come la Biennale sono diversi. Se hai problemi di tempo, fai delle telefonate e la gente ti manda del materiale utile a realizzare non più che una vetrina. Anche la professione e’ cambiata. Prima ci si poteva permettere di venire qui e stare dei mesi a preparare. Oggi si deve tenere un occhio aperto al proprio lavoro. Poi c’è il discorso che quando esprimi un’idea chiara, si presume che tu possa lottare per questa. Oggi, ognuno punta al consenso”.

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© oscar ferrari_arcomai |XII Mostra Internazionale di Architettura di Venezia. Il Padiglione della Gran Bretagna ai Giardini.

Se il consenso e’ l’obiettivo per il successo di un’operazione culturale allora la cultura assume una connotazione politica, perdendo cosi’ un po’ di libertà. E’ proprio questo “fattore C” che fa della rassegna veneziana un prodotto unico tutto made in italy. Burdett iguardo a questo dice: “Ciò’ che e’ meraviglioso di questa pazza organizzazione – che e’ la Biennale – e’ che questa viene gestita da un gruppo relativamente piccolo di funzionari pubblici. […] Vi dirò di un piccolo aneddoto riguardo il profondo legame tra la Biennale e la politica italiana – con tutti i suoi drawbacks and its advantages”. Nel suo racconto il professore narra che un giorno di settembre 2004 si doveva incontrare con il presidente Davide Croff per presentare il suo programma. Di lui dice che “ …sapeva essere un bravo uomo d’affari, ma non altrettanto sensibile alla cultura e tanto meno all’architettura”. Una volta giunto al luogo dell’appuntamento il Presidente non e’ solo ma accompagnato da quattro persone di cui il nostro crede siano i responsabili delle rispettive altre biennali. “Croff e’ al centro tra quattro persone: due alla sua sinistra e due alla sue destra”. Solo poi, Burdett capisce che quelle persone non avevano alcun ruolo scientifico con ciò che si stava organizzando, ma che rappresentavano il potere politico in scala locale, regionale e nazionale. I drawbacks di cui lui parla e’ la mancanza da parte del committente di dare un supporto intellettivo all’operazione culturale da curare; gli advantages e’, invece, il fatto che puoi fare tutto ciò che vuoi senza che nessuno ti metta i bastoni tra le ruote. Il risultato finale?: Non e’ importante quello che fai e come lo fai, ma che tutti siano contenti. E cosi’ il sociologo/politologo inglese e’ riuscito per la prima volta nella storia della manifestazione a far premiare una città invece di un architetto: “Ho dato il Leone d’Oro alla città che per me era quella migliore. La città e’ un gran pezzo di design, cosi’ non vedo perché non avrei dovuto farlo”.   La spettacolarità può essere uno strumento per ottenere consenso? Si’! Sempre sull’impossibilita’ di mostrare l’architettura, Barratta parla del direttore della VIIa. Mostra cosi’: “Fuksas fu veramente il primo curatore della biennale a capire questo problema, e lui trasformo’ le Corderie in una lunga strada che esprime un’esperienza virtuale, in modo da far pensare all’architettura”. E l’architetto romano, nel raccontare della sua gestione, afferma: “Dissi a Baratta, usiamo tutto lo spazio a disposizione (all’Arsenale) […] L’informazione vuol dire confronto tra architettura e il mondo. […] La mostra si occupo’ dei problemi inerenti all’acqua, alla deforestazione, al fuoco e ai terremoti. Pensammo ad un modo per usare simultaneamente 36 proiettori. L’idea era di far vedere al pubblico le migrazioni, la guerra, i problemi in Rwanda, i disastri e i tornado”. Alla domanda che cosa lui pensasse delle biennali dopo di lui, Fuksas risponde: “non posso criticarli (i direttori). Ricky Burdett provo’ di fare qualcosa di diverso. Penso che fosse veramente interessante ma non spettacolare […] Il suo team, la sua organizzazione, funziono’ bene come concept, ma era una mostra. E quando tu mostri qualcosa cosi’, deve essere spettacolare”. A dieci anni di distanza da quella direzione, siamo più che mai convinti che l’architettura non debba assumersi la responsabilità di risolvere i problemi del mondo, e che gli architetti hanno la possibilità di incidere su ambiti specifici al di fuori della loro disciplina solo se organizzati e secondo indirizzi e principi concordati.   In Biennali di tutto il Mondo unitevi, scritto in occasione della Xa. edizione del 2006, noi di arcomai.it proponevamo una sorta di alleanza tra le biennali di architettura (e loro derivati) sparse per il mondo, ed in particolare tra quelle all’epoca operative in Europa. Il nostro suggerimento era finalizzato ad utilizzare quelle “piattaforme mediatiche” per incontrasi fisicamente e discutere collegialmente su comuni questioni pertinenti all’architettura e propedeutiche ad essa (crescita urbana, interventi su aree dismesse, questione ambientale, …). Oggi, come allora, quelle riflessioni sono ancora valide. Consapevoli del nuovo percorso (allargamento dei paesi membri) di cui il continente e’ ancora interessato, e che molte delle emergenze legate al rapporto tra uomo e il suo ambiente di vita siano comuni ad altre realtà geografiche extra continentali, siamo convinti che, adottando un approccio/programma di incontro/collaborazione finalizzato alla messa a punto di indirizzi e principi specifici da applicare alla progettazione, si possano realizzare progetti da portare anche all’attenzione del grande pubblico, offrendo a questi prospettive di grande attualità.   La storia dell’architettura moderna e’ stata costruita sulla base di documenti di intenti e programmi. Prendiamo ad esempio la conferenza “Habitat” sugli insediamenti umani, tenutasi a Vancouver nel 1976, la cui partecipazione italiana fu curata dall’Istituto Nazionale di Architettura (su incarico del Ministero degli Affari Esteri). Quell’esperienza fu aggiornata nel 1996 alla Conferenza della Nazioni Unite sugli insediamenti umani Habitat II di Istanbul. Anche in quell’occasione l’IN/ARCH, insieme all’INU, diede un grosso contributo stilando (su incarico del CER-Ministero dei Lavori Pubblici) il “Rapporto sulla condizione abitativa in Italia”. L’IN/ARCH e’ presente a questa biennale con una mostra che celebra i sui 50 anni di storia e testimonia, al tempo stesso, che vi può’ essere collaborazione – su scala internazionale e la’ del consenso – tra istituti e istituzioni pubbliche italiane attorno ai key topics dell’architettura mondiale.

Per la Mostra Internazionale di Architettura di Venezia del “Dopo Sejima” noi chiediamo un nuova Leadership, che sostituisca la figura ambigua del Direttore (architetto, sociologo, scrittore o quant’altro) con quella del Facilitatore, figura chiave solitamente associata all’Open Space Technology: procedura, sperimentata da ormai più di vent’anni (oltre 100 mila eventi in tutto il mondo per diversi milioni di partecipanti) che permette di creare workshops e meetings tematici (con gruppi composti da un minimo di 5 ad un massimo di 2000 persone) in grado di produrre, in tempi relativamente brevi, risposte responsabili su questioni di attualità. Da intendersi questa proposta non solo come provocazione, noi crediamo che si debba mettere da parte la “direzione” del curatore e porre al centro del dibattito la “intenzione” di un gruppo di lavoro (referenti/partecipanti) capace di indirizzare un programma di idee su obiettivi specifici. In questa scommessa, la nostra biennale può ancora giocare un ruolo strategico e mostrare al pubblico che sui bisogni dell’uomo gli architetti si incontrano per costruire ciò che e’ giusto.

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 © oscar ferrari_arcomai | XII Mostra Internazionale di Architettura di Venezia. Kitchen Monument di Raumlaborberlin.


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