“Lesson of architecture” di Peter Eisenman a Bologna

BOLOGNA, 25 marzo. L’evento inizia con il saluto di Glauco Gresleri alla platea a cui fa seguito un breve intervento di Piero Orlandi della Regione E-R. La lesson of archietcure  di Eisenman dura circa 1h e 20 min. Il suo intervento (in inglese e tradotto simultaneamente in italiano) si divide in 6 parti. Nella prima, nel giustificare la sua presenza alla celebrazione dei 35 anni di Parametro, racconta come da giovane studente (estate 1961) si sia avvicinato all’architettura modernista e alle riviste italiane grazie a due scoperte: la Casa del Fascio di Como e una collezione di 120 numeri di Casabella a Torino. Nella seconda parte dimostra come riviste e libri siano stati da sempre importanti per il “pensare” e “fare” architettura. Lo fa citando alcuni testi fondamentali tra cui i Quattro libri di Palladio, Verso un’architettura di Le Corbusier e Complessità e contraddizione di Robert Venturi, a dimostrazione che anche durante la crisi della cultura architettonica degli anni ’70 la pubblicistica è stata determinante anche per il suo superamento. Il terzo capitolo è una critica profonda nei confronti dei media le cui logiche di mercato hanno minato anche l’architettura. La quarta parte del suo discorso è rivolto in modo critico alle riviste storiche e ai loro direttori (lui compreso) che li considera “ostacoli” per le nuove generazioni. Il tema successivo è dedicato alla presentazione di due recenti progetti: il Memorial alle vittime dell’Olocausto di Berlino (Germania) e il Centro culturale di Santiago di Compostela (Spagna). Accompagnato dalla proiezione di immagini, Eisenamn illustra i contenuti e le modalità costruttive di entrambe le opere. La sua lezione si chiude con le brillanti risposte ad alcune domande del pubblico e la donazione da parte dell’Ordine degli Architetti PPC di Bologna, nella persona del suo presidente Alessandro Marata, di una statuetta commemorativa della giornata. Dallo Stabat Mater il pubblico si sposta al piano terra per vistare la mostra in cui è esposto il “percorso” editoriale di Parametro.  L’allestimento comprende l’esposizione lungo i quattro lati del quadriportico di: 7 grandi pannelli in cui è sintetizzato il percorso editoriale della rivista, di una bacheca con documenti originali (foto, disegni e lettere autografate) e di due plastici architettonici di due progetti di Le Corbusier (Chiesa per Bologna e l’Esprit Nouveau).

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© arcomai l Stabat Mater. Il pubblico prende posto.

Gresleri, riprendendo il microfono, spende alcune battute parlando della rivista: “Parametro non è una rivista di tendenza, né una rivista d’immagine. Parametro è prima di tutto un luogo di pensiero architettonico, ove il dibattito e la ricerca trovano campo libero ed aperto. Bologna non ha mai avuto una facoltà d’architettura. Dotata di una Facoltà prestigiosa di ingegneria, ha creduto, di poter delegare la scienza disciplinare dell’Architettura, alla città di Cesena, mentre Ferrara si dotava di analoga struttura”. Poi prosegue spigando i legami che la rivista ha avuto sino ad ora con la città di Bologna: “Se la rivista è sorta dalle macerie di una pubblicazione (Chiesa e Quartiere) che tra gli anni ’50 e ’60 ha portato Bologna alla ribalta degli eventi di un nuovo rapporto tra la Chiesa e l’organizzazione urbana della comunità sfociato nel rinnovamento conciliare a partire dagli anni ’70, è stato Parametro che ha costituito per Bologna l’unico referente storico in materia di architettura vivente, presentandosi così, pur nella vastità dei campi d’indagine estesi non solo all’Europa ma anche ai mondi d’oltreoceano, come referente continuo ed attento ai grandi eventi che hanno caratterizzato la nostra città per momenti forti dell’amministrazione civica. Così, come il Piano Tange voluto dalla sinergia Lercaro e Fanti costituì il lancio della rivista col primo numero del 1970, numeri puntuali sul Centro storico, sui Grandi Contenitori, sul significato della costruzione del padiglione dell’Esprit Nouveau, sul Piano della viabilità di Winkler, sulla Metropolitana Leggera, sul rapporto coi grandi pensatori in architettura (come Le Corbusier, Alvar Aalto e gli esponenti della tradizione europea) hanno puntualmente storicizzato quanto in seno alla nostra città si venissero costituendo come tappe di un percorso architettonico nel suo genere esemplare. E in questo percorso, la rivista si è costituita, a volte contemporaneamente, elemento di catalizzazione per l’energia di relazione che ha saputo emanare, e testimone scritto degli eventi ogni qualvolta essi si fossero realizzati”.

Gresleri arriva così a presentare l’ospite: “L’avvenimento è significativamente esaltato dalla presenza di Peter Eisenman che ha espresso la volontà di partecipare alla manifestazione onorandola con un suo intervento personale. Con la sua lezione diretta, l’architetto Eisenman, la cui notorietà non richiede commenti, vuole confermare un rapporto di reciproco interesse nell’informazione e sui valori della ricerca architettonica che ha mantenuto con la rivista sin dagli anni ’70. Ricordo solo la sua indicazione alla nostra redazione per la pubblicazione del dibattito seguito alla biennale 1976 di Venezia (che visitammo insieme) sul problema del nuovo modernismo, nel quale Eisenman si pronunciò contro la moda italiana di ‘appendere, tirare giù e riappendere sempre gli stessi progetti’ e discutere di stile e di design, mentre – è la sua citazione stretta – l’architettura è qualcosa di più di una teiera”…

Prima di lasciare la parola all’illustre collega, così si licenzia: “Nella storia e fuori dalla storia proprio per continuarla, – rubo le parole a Silvio Cassarà che è in sala – nella tradizione e fuori dalla tradizione per non isterilirsi,…” l’imprevedibilità della sua creatività ancòra la progettazione alla individuazione e alla pianificazione dei propri obiettivi, puntualizzando il valore del segno inteso come fondamentale espressione concettuale e non semplicemente mistificazione formale. Gli ultimi progetti quali il Memorial di Berlino e il Centro culturale della Galizia (a Santiago di Compostela) testimoniano come i suoi principi siano idonei alla dimensione di sistemi territoriali sempre più estesi con il quale il mondo, oggi , ci a chiamato a confrontarci. Signori, a voi Peter Eisenman”.

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© arcomai l Alessandro Marata, Glauco Gresleri, Peter Eisenman e Piero Orlandi appena prima l’inizio dei lavori. Peter Eisenman scambia alcune battute con il pubblico alla fine della sua lezione (al suo fianco l’arch. Silvio Cassarà).

Glauco Gresleri, dopo aver salutato le autorità e le persone intervenute allo Stabat Mater dell’Archiginnasio per le celebrazioni dei 35 anni della rivista, rendere omaggio a Giorgio Trebbi (co-fondatore e co-direttore per un terzo di secolo della rivista): “Se Parametro è nato, e se ha potuto crescere per un periodo così lungo, mantenendosi libero e indipendente e senza sussidi economici, ciò è dovuto alla tensione spirituale e al carisma di un uomo eccezionale come Giorgio Trebbi in grado di cooptare e far convivere, in una sinergia dagli equilibri miracolosi, personaggi eterogenei per formazione, per fede politica, per attitudini professionali, perché insieme, e ciascuno per apporti diversificati potessero esprimere una linea scientifica del pensiero architettonico che è alla base di ogni presupposto all’architettura del fare […] È grazie a lui – continua il nostro – se Parametro ha potuto coinvolgere l’incredibile massa di pensatori (oltre 3.000) che hanno dato il loro contributo scientifico alla rivista con saggi, molti dei quali si costituiscono capisaldi riconosciuti nella disciplina architettonica”.

Poi il direttore presenta i due ospiti che insieme a lui e ad Eisenman siedono al tavolo dei relatori: l’arch. Piero Orlandi (responsabile del settore “Programmazione e sviluppo dell’attività edilizia” della Regione Emilia-Romagna) che Gresleri invita, subito dopo, a pronunciare un discorso di inizio lavori; e l’arch. Prof. Alessandro Marata (Presidente dell’Ordine degli Architetti PPC di Bologna) che a chiusura donerà all’ospite straniero, a nome del consesso di tutti gli architetti bolognesi, “…un segno d’omaggio a memoria della sua presenza in città in questo giorno 25 marzo 2006”.

Orlandi, prendendo la parola, spiega in sintesi le attività che la Regione Emilia-Ro,agna sta portando avanti con l’obiettivo di riportare l’architettura “al centro della discussione, del dibattito e della progettualità nelle nostre città”. Lo fa ricordando alla platea gli indirizzi principali che il presidente della Regione Errani ha indicato il giorno prima all’incontro organizzato dalla Federazione degli Architetti dell’E-R. Chiude il suo breve intervento enfatizzando l’importanza pubblica e sociale dell’architettura che “insieme all’urbanistica contribuisce a dare risposte in termini di servizi e di coesione sociale”.

L’ospite, dopo aver salutato la platea e manifestato la sua gratitudine per essere stato invitato all’anniversario dei 35 anni di Parametro, si sente in dovere di motivare la sua presenza a Bologna: “…primo perché ciò che si scrive è spesso più importante di ciò che si costruisce; secondo perché nel mio cuore sono un architetto italiano”. Per spiegare queste due affermazioni decide di raccontare due episodi del suo primo viaggio in Italia (estate 1961) quando, ancora studente, venne a trascorrere un periodo di tre mesi nel nostro paese. Di quei “90 giorni” – ricorda Eisenman – il primo e l’ultimo si rivelarono determinati per la sua formazione. Infatti, appena arrivato rimase affascinato da un edificio a Como (la Casa del Fascio), a lui completamente sconosciuto al punto che decise di dedicare parte del suo tempo allo studio sia dell’opera che del suo autore. Così durante quei mesi si mise a cercare nelle pubblicazioni dell’epoca informazioni sulla cultura architettonica di quegli anni. Il caso ha voluto che proprio prima del suo ritorno in Inghilterra, da cui era partito, durante la visita alla Galleria di Torino, si imbatté in una collezione di 120 numeri della rivista Casabella degli anni ’30. Da quel giorno, dice l’architetto con orgoglio, è diventato un collezionista di riviste, vantando la più ampia raccolta di pubblicazioni della seconda guerra mondiale “…di tutte le persone che sono fuori dall’Italia”. Il fatto per cui lui si senta un architetto italiano è perché sentendosi per natura un modernista, ha trovato lo “spirito del modernismo” proprio in quelle pubblicazioni.

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© arcomai l Il pubblico visita la mostra allestita nel quadriportico dell’Archiginnasio.

Eisenman prosegue il suo discorso spiegando l’importanza della pubblicistica sia sul pensare che sul fare architettura: “I grandi architetti – specialmente in Italia – hanno sempre scritto […] Il testo più interessante che abbia mai letto credo sia stato i Quattro libri di Palladio, e ciò che li rende così importati è il fatto che Palladio alla fine della sua vita ha descritto gli edifici come sarebbero dovuti essere fatti secondo lui e non come erano stati realizzati. Se Palladio non avesse scritto quei libri sicuramente  nessuno nel 1961 avrebbe mai pensato di visitare le sue architetture. Se non fosse stato per le riviste e i libri non so cosa sarebbe stato per l’architettura moderna” […] “…nessuno dei molti architetti francesi degli anni ’20 che costruivano piccole casa bianche sarebbero stati conosciuti come Le Corbusier” se non avessero anche scritto”. E a proposito di Le Corbusier ricorda come Verso un’architettura sia stato elaborato da lui quando non aveva ancora iniziato a costruire.

Lui come molti della sua generazione, continua il nostro, si sono formati sulla lettura di riviste e libri che, successivamente, si sono dimostrarti determinanti anche durante le fasi critiche della cultura architettonica mondiale: “La storia del modernismo e quindi la storia dell’architettura si basa sulle parole scritte. Gli ’70 per molti di noi sono stati anni critici. Ci sono tre libri scritti tra il ’66 e il 68 che hanno definito questa crisi: uno era La storia di Manfredo Tafuri, uno era L’architettura della città di Aldo Rossi e uno era Complessità e contraddizione di Robert Venturi. Tutti e tre in modo diverso hanno fatto delle proposte, hanno fatto in modo di pensare all’architettura diversamente, lanciando delle vere e proprie sfide alle condizioni dell’architettura moderna di quel tempo. Oggi ci si ricorderebbe anche di Venturi se non avesse scritto Complessità e contraddizione? Stessa cosa si potrebbe fare per Aldo Rossi se non avesse costruito il cimitero (di Modena) e scritto al tempo stesso”.

Il professore, parlando sempre di quegli anni, prosegue affermando come quelli della sua generazione vivevano un momento di malessere che ha portato: “molte persone come noi due seduti su questo tavolo […] a leggere e scrivere dando vita ad alcune riviste. Mentre Opposotion (da lui fondata) “…era orientato a trasformare l’ideologia e teoria del modernismo in una sorta di condizione per sentirsi vivi negli anni ’70, l’altra (Parametro) tentava di ripensare la tendenza del modernismo e dei modernisti e in particolare di recuperare alcune delle lezioni dimenticate di personaggi come Le Corbusier ed altri e che forse andavano un po’ dimenticate”. Ricordando poi i primi anni della sua carriera di insegnate (1960.66) spiega come all’epoca “nessun studente avrebbe avuto sulla sua scrivania Earth complet. Eppure proprio questo testo dava la possibilità anche per questi studenti di poter pensare, meglio ancora di poter ripensare su tutti quegli elementi dell’architettura che erano ancora sopravvissuti a quel momento. Ma negli anni ’70 le idee di Le Corbusier hanno avuto un momento di crisi […] e Parametro insieme a Opposition hanno cercato di riportarci alle grandi lezioni degli anni precedenti. L’architettura italiana è sempre stata sostenuta e supportata da queste pubblicazioni dalle quali si possono riconoscere gli alti e bassi della sua cultura. Oggi credo che ci sia un altro momento di crisi non solo per l’architettura italiana ma per l’architettura in generale”.

Eisenman arriva quindi alla terza parte del suo discorso e lo fa denunciando un nuovo momento di profonda crisi della cultura architettonica e quindi delle riviste. La causa di ciò deve essere ricercato, secondo lui, nel complesso e ambiguo rapporto che lega l’architettura ai media secondo quello stesso perverso meccanismo che nel mondo dello spettacolo crea e distrugge le persone: “È il logo che giustifica lo spot pubblicitario in televisione. Negli anni ’80 la pubblicità di una marca nota di scarpe mostrava il prodotto, oggi le tecniche sono molto diverse. Ci fanno vedere sequenze di immagini che non hanno nessuna relazione con quello lo specifico prodotto. Sappiamo solo alla fine che si tratta di quella marca perché appare il logo a forma di V sputata”.

Questo fenomeno non risparmia neanche l’architettura e Eisenman lo spiega riportando due episodi a lui accaduti. Il primo fa riferimento ad un fatto avvenuto due o tre settimane prima quando, un giorno, ha ricevuto in studio una decina di riviste “…con pubblicati gli stessi edifici, le stesse foto, le stesse parole scritte solo in lingua diversa”. Questa omologazione è il risultato di quel meccanismo, attivato oramai da parecchi anni dai media, che – per mantenersi – ha bisogno di mettere in prima pagina sempre qualcosa di nuovo. Sono i media che creano le stelle dell’architettura e quando queste “non hanno più nulla da raccontare” vengono eliminate con la stessa velocità con cui erano state create. Il secondo esempio mette in evidenza gli aspetti negativi di internet: “…chiunque può scrivere qualsiasi cosa (vere o false) su internet”. A tale proposito racconta un’avventura che lo ha visto vittima della rete. Invitato ad una lezione alla Columbia University, in cui aveva parlato in modo critico proprio del potere incondizionato della “icona” sulla realtà, si è visto sfuggire di mano un’importante commissione per una cittadina dell’Oklaoma a causa delle sue dichiarazioni riportate in modo distorto su un sito internet.

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© arcomai l Memorial alle vittime dell’Olocausto di Berlino (fotogrammi).

Per introdurre la quarta parte del suo discorso chiede il permesso di fare una critica a coloro che hanno organizzato l’evento: “…Io penso che sia stata una buona cosa che Oppostition sia morta, che L’architettura sia morta. Io penso che sia una bella cosa che Casabella muoia, io penso che sia una cosa positiva che Domus muoia, perché c’è bisogno di dare spazio ai giovani”. Dopo essersi congratulato con Gresleri del fatto che la redazione sia gestita da un giovane, aver nominato in sequenza i direttori storici di Casabella per la quale ne auspica presto la fine, aver confessato come quelli della sua generazione (Aldo Rossi, James Stirling, di Richard Meier, Michael Graves, Joon Hejduk) abbiano da troppo tempo cavalcato la scena dell’archiettura, arriva ad augurasi come “miglior augurio per l’architettura …(che)…al prossimo anniversario non voi sia né Glauco Gresleri né io”.

Prima di iniziare la quinta parte del sua lezione di architettura, presentando alcune slide dei suoi due progetti, fa un postit:  “io sono l’unico architetto che vive a New York che ha partecipato in Italia a 18 concorsi senza mai vincerne uno. Spero nell’arco dei prossimi 5 anni di riuscire a creare qualcosa nel mio paese preferito che è l’Italia”. Invitando la platea a non commuoversi per questo drammatico primato aggiunge: “…a New York mi fanno costruire perché vedono in me un architetto italiano, mentre in Italia non me lo permettono perché sono di NY”.

La prima immagine mostra le due planimetrie (prima e dopo) del sito del Memorial di Berlino dal cui confronto Eisenman spiega l’importanza geografica di quell’area rispetto alla città e simbolica rispetto alla storia: “…questo è il giardino dove Josepf Gobbels uccise i suoi figli prima di togliersi la vita”. Il progetto è il frutto di un concorso al quale lo studio di Eisenman è stato invitato nella sua seconda fase. L’architetto confessa che era preoccupato prima di parteciparvi perché ha sempre creduto che fosse impossibile progettare un memorial per le vittime del nazismo: “…tutti i monumenti del genere li ho sempre visti banali, nostalgici, kitch”. Il progetto è partito “…dall’idea del terreno. Il concetto di terra era molto importante per il nazismo come recitava lo slogan ‘Blut und Boden’ Quindi sono intervenuto con un operazione di disturbo sul livello di Berlino […] creando una topografia artificiale con avvallamenti e piccole colline per rendere più difficoltoso il cammino”. Per fare questo è stata creata una sorta di griglia astratta studiata attraverso diverse sezioni corrispondenti ai diversi livelli che vanno da 50 cm. fino ad a 5 m. All’interno di questa griglia sono stati posizioni dei pilastri ordinati secondo un ordine particolare che motiva così: “Il XX° secolo credeva nella ragione che la considerava una verità fondamentale […] Anche il nazismo era iniziato sicuramente dalla ragione, ma poi è finito nel caos. Ciò spiega la scelta di questi pilastri che posizionati in quel modo hanno proprio l’obiettivo di rendere questo senso di caos: ”…All’inizio il terreno è poco scosceso, scende piano. Ma poi, più ci si addentra, più aumentano questi alti e bassi del terreno […] E’ difficile da fotografare. C’è bisogno di un’esperienza vera vissuta qui dentro […] Il gioco di luce e ombre enfatizza questa morfologia artificiale del terreno […] Il cammino di chi percorre i corridoi di questa maglia è sempre molto diverso l’uno dall’altro”. A conclusione della presentazione di questo progetto spiegato Eisenman che il monumento così progettato ha tenuto in considerazione lo stato d’animo dei tedeschi per questa tragedia: “…per i Tedeschi l’olocausto è vissuto come un problema quotidiano. Ebbene con questo progetto abbiamo penato di non renderlo più così per loro […] è un memorial aperto in cui le persone si incontrano e lo usano come credono”.

Incalzato dai tempi il relatore introduce con una sequenza veloce le slide il cantiere (100.000 mq. di superficie) del Centro culturale a Santiago di Compostela (Galizia) ancora in corso di realizzazione. Ancora una volta la matrice del progetto prende vita dal concetto di edificio non edificio: “Abbiamo lavorato all’interno di un lato di una collina accogliendo al suo interno un edificio che è composto da parti amministrative, musei, biblioteca”. Per fare questo si è lavorato a quota terreno manipolandolo con grandi opere di escavazione il cui materiale di risulta è stato poi riutilizzato per le opere in cemento. Il progetto è caratterizzato anche da due che la’architetto giustifica come omaggio a Jhon Hejduk al quale, prima della sua morte, aveva promesso che gliele avrebbe costruite in sua memoria. Le facciate irregolari sono il risultato dell’effetto distorcente dei “vettori” che hanno guidato il progetto. Il tetto è costituto da una “pelle in pietra” che, appoggiato su una griglia, nasconde le parti tecniche dell’edificio. Le ultime immagini sono una carrellata di scatti che del cantiere con le parti in via di completamento come il palazzo del basket con i suoi 2000 posti.

Le ultime battute della sua lezione sono dedicate ancora al ruolo importante che la pubblicistica ha per l’architetto: “…sarebbe stato impossibile realizzare tutto quello che è stato visto se non avessi potuto leggere, vedere, scrivere e soprattutto ascoltare. Insegno ancora Brunelleschi, Alberti, Bramante, Palladio, Sangallo, Peruzzi e tanti altri nonostante viviamo in uno stato di caos in architettura. Non si può scrivere nuova musica se non sa cos’è la musica; non si può scrivere nulla di architettura se non si sa cos’è l’architettura. Io stesso sto ancora imparando qualcosa di nuovo sull’architettura e spero che anche voi in quest’aula stiate ancora imparando qualcosa. Grazie”.

Dopo lo scoscio di applausi dello Stabat Mater, Eisenman, prima di congedarsi, si mette a disposizione del pubblico per rispondere ad alcune domande.

Nella prima domanda una ragazza chiede, con riferimento al monumento di Berlino, in che modo secondo lui la scultura e l’architettura si relazionano ed influenzano reciprocamente. L’architetto risponde affermando che esiste un’enorme differenza tra scultura e architettura (moderna). La differenza principale viene ancora una volta dalla terra: “La scultura per spiegare sé stessa è diventata specifica di ogni sito… (fino a quando) …gli “scultori degli ’70 e 80 (non) hanno cercato di far scendere la scultura dal piedistallo”. Anche “L’architettura – aggiunge il nostro – è sempre stata specifica del suo sito” …(finché) …l’architettura moderna (non) ha rotto questo legame specifico con la terra. La ideologia di Le Corbusier (pianta libera, pilots, ..), comune anche ad altri, ha stravolto il legame dell’architettura con il suo territorio. Oggi, a distanza di decenni da questo modo di vedere l’architettura, c’è bisogno di ristabilire questo legame. (Fortunatamente) “… oggi l’architettura sembra aver recuperato il legame che la legava ad ogni singolo luogo. Infatti quel modo di vedere sembra oramai spento” […] Non bisogna essere specifici al sito ma neppure contrari ad esso. Bisogna trovare una nuova condizione . Bisogna pensare ad una nuova relazione tra edifici e territorio”. Menzionando poi Il Campo Marzio di Piranesi, Eisenman confessa come questa “urbanistica figurativa” lo abbia influenzato molto. Poi, tornando al concetto precedente, sembra voler far intendere che sia Berlino che a Santiago abbia cercato di tradurre in progetto questa sorta di “terza via”.

La domanda successiva, posta direttamente in inglese da un’altra ragazza, è tesa a conoscere la concezione che Eisenman ha della dimensione rispetto al costruito. L’architetto americano afferma che.per lui “…la dimensione umana è cambiata con le teorie di Freud da quando, appunto, l’inconscio è arrivato ad essere parte della dimensione fisica degli oggetti e delle cose. […] Mi piace pensare che il mio lavoro sia il risultato delle teorie delle dimensione umana espressa dall’uomo vitruviano”. Questa domanda gli fa venire in mente una frase di Richard Serra che diceva: “una figura umana è sempre dentro una struttura”. E riguardo a Berlino lo stesso Serra: “…ha detto che era una sorta di “passaggio incrociato tra De Chirco, Kaska, e la morte”.

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© arcomai l Giuliano Gresleri (di spalle) e Silvio Cassarà (a destra) accompagnano i coniugi Eisenman nella visita alla mostra Parametro 35 anni.

La prima domanda, esposta da una ragazza in sala, con riferimento al monumento di Berlino una ragazza si chiede quando la scultura può influenzare l’architettura e viceversa e in che rapporto sanno l’una con l’altra? …Per me c’è un’enorme differenza tra architettura e scultura. La differenza principale viene dalla terra, terreno, territorio. “La scultura per spiegare sé stessa è diventata specifica di ogni sito. Tutti gli scultori degli anni ’70 e ’80 hanno cercato di far scendere la scultura dal piedistallo. L’architettura è sempre stata specifica del suo sito. L’architettura moderna ha rotto questo legame specifico con la terra. [1h.38]. La ideologia di Le Corbusier (pianta libera, pilots, ..) comune anche ad altri ha stravolto il legame dell’architettura con il suo territorio. Oggi, a distanza di decenni da questo modo di vedere l’architettura e c’è bisogno di ristabilire Da quegli anni ad oggi l’architettura sembra aver recuperato il legame che la legava ad ogni singolo luogo infatti quel modo di vedere è più spento. Non bisogna essere specifici al sito ma neppure contrari. Bisogna trovare una nuova condizione . Bisogna pensare ad una nuova relazione tra edifici e territorio dall’altra. Il Campo Marzio mi ha ispirato molto. Io lo chiamo  “urbanistica figurativa”. Sia a Berlino che a Santiago ho cercato di esprimere questa “terza via”.

La domanda successiva, posta direttamente in inglese da un’altra ragazza, è tesa a conoscere la concezione che Eisenman ha della dimensione rispetto al costruito. L’architetto americano afferma che.per lui “…la dimensione umana è cambiata con le teorie di Freud da quando, appunto, l’inconscio è arrivato ad essere parte della dimensione fisica degli oggetti e delle cose. […] Mi piace pensare che il mio lavoro sia il risultato delle teorie delle dimensione umana espressa dall’uomo vitruviano”. Questa domanda gli fa venire in mente una frase di Richard Serra che diceva: “una figura umana è sempre dentro una struttura”. E riguardo a Berlino lo stesso Serra: “…ha detto che era una sorta di “passaggio incrociato tra De Chirco, Kaska, e la morte”.

La terza domanda è di un ragazzo che avvicinandosi al tavolo chiede all’ospite una puntualizzazione alle critiche da lui precedentemente espresse nei riguardi di alcune riviste che privilegiano l’immagine allo scritto: “…sono convinto che l’immagine e ancora più il video possono essere degli strumenti utili alla progettazione, in quanto molto vicini alla percezione che si ha dell’architettura”.  Eisenman dà ragione al ragazzo sul fatto di come i nuovi media possano essere utili alla percezione, e poi aggiunge “…il problema è che negli Stati Uniti gli studenti tutto quello che sanno fare è photoshop. Le riviste oggi sono piene di photoshop. Sono (gli studenti) degli ottimi photoshoppisti, ma non sanno creare progetti […] e mi chiedono perché devono sapere come si fanno i progetti”. A conclusione della sua risposta ricorda come lui e Gresleri sia siano formati sulla concezione fondamentale che Le Corbusier aveva dell’architettura: “…il progetto è il generatore … (come lo era) per Palladio, Piranesi. Per lo stesso Le Corbusier (il progetto) era uno strumento trasgressivo. Photoshop non è trasgressivo perché sa solo copiare immagini”.

L’ultima domanda è invece posta da un collega che, con riferimento al Centro culturale di Santiago, chiede, dopo aver riconosciuto con quei tagli del terreno le “ferite” della storia del luogo, “…se la scelta di non coprire il sito con una collinetta verde sia sta voluta proprio per esprime questo senso”. “Un’ottima domanda per Bologna”, si congratula Eisenman che spiega: “Uno dei miei migliori studenti che abbia mai avuto è di Bologna ed è specializzato nel coprire i suoi edifici con l’erba. Io non coprirò mai un edificio con l’erba, perché non voglio che mi si confonda con lui…[…] L’idea che l’edificio diventi terra non vuol dire che la terra debba diventare erba […] i miei edifici sono la metafora della terra e non devono sostituirla. Gli edifici sono sempre una metafora della cultura non sono mai reali …”.

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© arcomai l Il cortile dell’Archiginnasio durante l’inaugurazione della mostra.

 

 


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