Il buco (The Hole): L’architettura del vuoto

© Central Motion Picture Corporation I Fotogramma tratto da The Hole.
The Hole (Il Buco,1998) di Tsai Ming-liang è un film che sembra nascere da una crepa: una fenditura nel tempo, nello spazio, nella pelle stessa della città. Taipei è immersa in una pioggia che non smette mai, una pioggia che non bagna soltanto ma corrode, scava, trasforma gli appartamenti in tane umide e le persone in creature che si ritraggono dalla luce. In questo condominio semivuoto, due sopravvissuti ad una pandemia restano intrappolati in un limbo: lui, (Lee Kang sheng) vive tra scaffali mezzi vuoti e gesti ripetuti; lei, la donna del piano di sotto (Yang Kuei mei), combatte contro l’acqua che filtra ovunque, come se l’edificio stesso stesse lentamente affondando. Il buco che un idraulico apre tra i due appartamenti diventa un varco inatteso, un occhio che osserva e un orecchio che ascolta, una soglia che permette di vedere l’altro senza mai davvero raggiungerlo. È un’apertura che inquieta e attrae, un piccolo abisso domestico che mette in comunicazione due solitudini che non hanno più un mondo esterno a cui rivolgersi.

© Central Motion Picture Corporation I Fotogramma tratto da The Hole.
Il regista costruisce tutto con una lentezza ipnotica, lasciando che siano i rumori, le infiltrazioni, le attese a parlare. È, in fondo, un film muto: non perché manchino le parole, ma perché è la solitudine stessa a soffocarle. I protagonisti non hanno un nome: sembrano fantasmi, o figure che la società ha già smesso di vedere. La malattia che trasforma gli uomini in esseri striscianti è una metafora trasparente: non è il virus a consumare la città, ma la sua incapacità di tenere insieme i corpi, i desideri, le relazioni. Eppure, proprio quando il film sembra scivolare verso un realismo terminale, irrompe l’imprevisto: il musical. Le canzoni di Grace Chang, celebrità di Hong Kong degli anni ’50 e ’60, esplodono come lampi di un passato impossibile; la donna si trasforma in una diva che danza tra scale colorate e luci teatrali. In questo scenario, gli inserti musicali diventano l’unico spazio di luce, un antidoto poetico alla desolazione. Sono “buchi” emotivi che si aprono nella realtà, proprio come il varco fisico che collega i due appartamenti.

© Central Motion Picture Corporation I Fotogramma tratto da The Hole.
Non è una fuga né un sogno consolatorio: è un cortocircuito emotivo, un gesto di resistenza. Ricorda che, anche nella rovina, può sopravvivere un desiderio di bellezza che non si lascia soffocare dall’umidità e dal buio. I numeri musicali diventano così un elemento centrale e straniante: interrompono la narrazione cupa e apocalittica con improvvise esplosioni di colore, movimento e desiderio. Sono fantasie interiori che rivelano i suoi desideri repressi, la sua solitudine, la sua immaginazione come unica via di fuga da un ambiente degradato e da una pandemia claustrofobica. Vent’anni prima del nostro lockdown-19, Tsai aveva già messo a nudo la fragilità dei corpi confinati, anticipando quel senso di “arresto domiciliare” che avrebbe segnato un’intera epoca.

© Central Motion Picture Corporation I Fotogramma tratto da The Hole.
Il film, nato all’interno del progetto 2000, Seen By…, porta con sé tutta l’ansia del passaggio di secolo: la sensazione che il mondo stia per cambiare forma, che qualcosa di invisibile stia erodendo le strutture che ci sostengono. L’iniziativa, promossa dalla società di produzione francese Haut et Court, riuniva registi di diversi Paesi chiedendo loro di immaginare l’arrivo dell’anno 2000 attraverso la propria cultura, la propria città, il proprio immaginario. Non un’unica narrazione globale, ma una costellazione di sguardi locali sul passaggio di millennio, affidata a cineasti provenienti da dieci nazioni.

© Central Motion Picture Corporation I Fotogramma tratto da The Hole.
Il contributo di Ma Tsai non cerca risposte, non costruisce allegorie rigide. Preferisce osservare come due persone, isolate e quasi rassegnate, trovino un modo per avvicinarsi attraverso un foro nel soffitto. Un bicchiere d’acqua passato da una mano all’altra diventa un atto di cura, un gesto minimo — di alta poesia — che vale più di qualsiasi dichiarazione. E quando, nel finale, i due si sollevano in una danza lenta, come se il corpo potesse finalmente liberarsi dal peso dell’acqua e della paura, il film si apre a una possibilità fragile ma luminosa: che anche in un mondo che si sgretola, un incontro possa ancora accadere.

© Central Motion Picture Corporation I Fotogramma tratto da The Hole.
The Hole non si limita a raccontare la solitudine: la mette in scena come un paesaggio, un clima, una condizione atmosferica dell’anima. È un film che scava — nel muro, nel tempo, nei corpi — e sotto la superficie trova un desiderio ostinato di contatto. Tsai Ming-liang ci ricorda che basta un varco minuscolo per far entrare l’altro, e che a volte un buco nel soffitto è tutto ciò che impedisce di scomparire. La casa rimane un rifugio vitale anche quando si sgretola, anche quando si trasforma in una prigione: è il luogo dove la fragilità si manifesta, ma anche l’unico spazio in cui può ancora accendersi un gesto di vicinanza.

© Central Motion Picture Corporation I Fotogramma tratto da The Hole.
