“Le Mura di Sana” e il tradimento dell’UNESCO

“Lo Yemen, architettonicamente, è il paese più bello del mondo. Sana’a, la capitale, una Venezia selvaggia sulla polvere senza San Marco e senza la Giudecca, una città-forma, la cui bellezza non risiede nei deperibili monumenti, ma nell’incompatibile disegno… è uno dei miei sogni.”

(Pier Paolo Pasolini da Pier Paolo Pasolini. Corpi e luoghi. A cura di Michele Mancini, Giuseppe Perrella. Roma, Theorema, 1981).

© Al Jazeera I Bombardamenti israeliani a Sana’a.

Nel 1971, Pier Paolo Pasolini (1922-1975) filmava Le mura di Sana’a, un cortometraggio che è insieme elegia e grido d’allarme. In tredici minuti, il poeta-regista denunciava la minaccia che incombeva sulla capitale yemenita: la modernizzazione selvaggia, il cemento che soffoca la storia, l’omologazione che cancella l’identità. Pasolini giunse a Sana’a quasi per caso, durante le riprese del Decameron. Ma ciò che vide lo colpì profondamente: una città sospesa nel tempo, con edifici di fango e pietra che sembravano usciti da un sogno medievale. Le strade strette, le finestre decorate, le torri che si stagliavano contro il cielo desertico. Tutto parlava di una bellezza arcaica, fragile e minacciata.

© arcomai I Montaggio di fotogrammi tratti dal cortometraggio “Le Mura di Sana”.

Nel film, Pasolini non si limita a mostrare la città: la scruta, la interroga, la difende. Il suo sguardo è quello di un poeta che nella modernizzazione non scorge progresso, ma violenza. Sana’a stava cambiando: nuovi edifici governativi, banche, ministeri. Il cemento sostituiva l’argilla, e con esso minacciava di cancellare un’intera civiltà. Il regista denuncia questa metamorfosi come una forma di colonialismo culturale, una perdita irreparabile. Il cortometraggio si configura come un accorato appello all’UNESCO: Pasolini implora che Sana’a venga tutelata, salvata, riconosciuta come patrimonio dell’umanità.

© arcomai I Montaggio di fotogrammi tratti dal cortometraggio “Le Mura di Sana”.

Oggi, quell’allarme suona beffardo. Sana’a non è stata soltanto modernizzata: è stata nuovamente bombardata. E non da speculatori immobiliari, ma da jet militari. Ieri, l’aviazione israeliana ha colpito la città, controllata dai cosiddetti “ribelli Houthi”. I raids hanno preso di mira il palazzo presidenziale, due centrali elettriche e un deposito di carburante. Il bilancio è tragico: almeno dieci morti e oltre cento feriti, tra cui donne e bambini. Ma questo è solo l’ultimo capitolo di una lunga serie di bombardamenti che da anni devastano il paese, sotto la regia di una coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti. Un’operazione che alimenta una spirale di violenza e ha trasformato la capitale in un campo di rovine, dove la storia viene sepolta sotto le macerie e la bellezza diventa bersaglio.

© arcomai I Montaggio di fotogrammi tratti dal cortometraggio “Le Mura di Sana”.

SPasolini, che paragonava Sana’a a Venezia, oggi vedrebbe solo macerie. Quelle stesse mura che implorava di proteggere sono ora sventrate da missili e droni. La bellezza che voleva salvare è diventata bersaglio. All’appello del film, prodotto da Franco Rossellini, l’UNESCO rispose solo quindici anni dopo inserendo la città nella lista dei siti protetti. Ma cosa significa “patrimonio” se poi lo si bombarda? Cosa vale la tutela culturale se non si accompagna a una tutela umana? L’Occidente, che si vanta di difendere la civiltà, partecipa alla sua distruzione.

© arcomai I Montaggio di fotogrammi tratti dal cortometraggio “Le Mura di Sana”.

Le mura di Sana’a non è più soltanto un documento poetico: è una denuncia che oggi brucia di attualità politica. Pasolini non parlava solo di architettura, ma di dignità, di identità, di resistenza contro la violenza mascherata da progresso. Quella violenza, oggi, ha mutato volto: non più palazzi moderni, ma bombe intelligenti. E il mondo osserva, commenta, dimentica. Sana’a diventa il simbolo di un tradimento: quello della bellezza, della memoria, della promessa di protezione. Il Nostro ci aveva messi in guardia. Ma il suo appello è rimasto inascoltato, sepolto sotto le macerie di un presente che ha smarrito il tempo — e forse anche il coraggio — per la poesia.

© Al Jazeera I Bombardamenti israeliani a Sana’a.

E allora, forse, è tempo di rispolverare quel film, non come nostalgia, ma come manifesto. Perché ogni bomba su Sana’a è una bomba sulla coscienza. Un amaro trionfo postumo per il regista, che aveva saputo vedere ciò che molti ignoravano. Risentire la voce di Pasolini che accompagna le immagini con una prosa lirica, intensa, a tratti rabbiosa non è solo quella di un narratore: è il grido di un testimone, un amante, un profeta. Le sue parole non descrivono: denunciano. Elevano il documentario a dichiarazione politica e culturale, dove la difesa della bellezza diventa atto di resistenza contro l’omologazione, contro l’oblio, contro la violenza travestita da progresso.

Pier Paolo Pasolini durante le riprese dal cortometraggio “Le Mura di Sana”.


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