Alla 19ma Biennale d’Architettura la forma ha preso il sopravvento sul discorso

© arcomai I “Intelligens. Naturale. Artificiale. Collettiva”, Arsenale.

L’Arsenale dell’Accademia rappresenta il cuore pulsante della Mostra Internazionale d’Architettura di Venezia, il suo epicentro simbolico per eccellenza. È lì che l’architettura dovrebbe trovare la sua massima espressione, diventare protagonista e, dunque, eccellenza. Eppure, da diversi anni, la Biennale d’Architettura ha spesso deluso le aspettative: allestimenti approssimativi, disorganici e privi di forza espressiva si sono susseguiti edizione dopo edizione. Quest’anno, però, qualcosa è cambiato. La curatela di Carlo Ratti ha restituito ordine e coerenza a una manifestazione da tempo piegata alle logiche del “botteghino”. Non è tanto il tema proposto — “Intelligens. Naturale. Artificiale. Collettiva” — a distinguere questa edizione, giacché si colloca nel solco dei titoli vagamente “generalisti” dei suoi predecessori. È piuttosto il “metodo” di selezione dei partecipanti, insieme al “mezzo” espositivo ad aver generato una grammatica formale chiara e rigorosa, capace di restituire leggibilità, dignità e valore al materiale presentato in mostra.

© arcomai I “Intelligens. Naturale. Artificiale. Collettiva”, Arsenale.

Il “metodo” scelto per la selezione è stato quello della call – un invito pubblico a partecipare a una selezione internazionale – intitolata “Space for Ideas”, aperta dal 7 maggio al 21 luglio 2024 e definita dal suo curatore: “approach to authorship” (“approccio all’autorialità”). L’iniziativa ha ricevuto oltre 750 candidature, tra singoli e organizzazioni, provenienti da una pluralità di ambiti disciplinari, molti dei quali non direttamente riconducibili all’architettura o all’ingegneria. Il processo ha messo insieme, in modo equo e inclusivo, un gruppo eterogeneo di progettisti: dai professionisti di riconosciuta fama internazionale ai giovani neolaureati. Secondo Carlo Ratti, questa diversità riflette “il nostro impegno verso una gamma diversa di prospettive”. A seguito della call, un team curatoriale multidisciplinare ha selezionato più di 280 partecipanti, dando corpo – a detta del direttore – ad una piattaforma realmente collettiva e aperta, dove la diversità dei punti di vista ha rappresentato il vero valore aggiunto della mostra.

© arcomai I “Intelligens. Naturale. Artificiale. Collettiva”, Arsenale.

Attraverso questa “formula” è stato possibile, almeno sulla carta, selezionare progettisti e proposte al di fuori delle consuete reti professionali e relazionali che, storicamente, gravitano attorno al curatore di turno. Tale modalità ha permesso la raccolta nel giro di poche settimane di materiali inediti e multidisciplinari, nel tentativo di intercettare visioni nuove e prospettive alternative. Rimane, tuttavia, un nodo irrisolto: non conosciamo né i criteri finali di selezione né la composizione del team responsabile, e non possiamo escludere che, seppur in misura marginale, siano comunque prevalse le consuete logiche relazionali. Ciò non toglie che questa formula rappresenti un precedente significativo. La Biennale dovrebbe non solo riconoscere il valore della call, ma anche esplorarne più a fondo le sue potenzialità, affinarne gli strumenti e trasformarla in un vero e proprio format curatoriale, da adottare sistematicamente in futuro.

© arcomai I “Intelligens. Naturale. Artificiale. Collettiva”, Arsenale.

Il “mezzo” scelto per dare forma al “metodo” non poteva che essere un elemento essenziale, modulare e seriale: un pannello standard su cui affiggere le “idee” emerse dalla call. L’installazione si sviluppa attorno a un sistema autoportante — un autopole cielo-terra — concepito come totem, modulo, template. In sintesi, un supporto snello, assemblabile e funzionale, pensato per accogliere e valorizzare il contenuto.

Il sistema costruttivo di questo elemento prende forma attraverso tre componenti essenziali, che dialogano tra loro in una composizione rigorosa e dinamica. Al centro si erge il palo verticale, composto da moduli identici da 60 centimetri, uniti da giunti che ne consentono l’estensione verso l’alto. Alla base e in cima, due supporti metallici — uno a terra, l’altro al soffitto — assicurano stabilità e ancoraggio. Su questa impalcatura si innestano due pannelli di 2,7 metri per 0,9, fissati ad angolo retto per generare un sistema visivo immersivo, capace di accogliere lo sguardo e avvolgere l’osservatore in un abbraccio simbolico. I giunti e le connessioni, volutamente lasciati a vista, non sono semplici dettagli tecnici: diventano parte integrante del linguaggio architettonico, rivelando l’intelligenza del processo costruttivo e rendendo omaggio alla tradizione artigianale che ne ispira la forma e la funzione. Un gesto di trasparenza e onestà materiale, che trasforma la struttura in contenuto e la tecnica in espressione.

Per la prima volta dalla nascita della Biennale di Architettura, l’architetto torna idealmente “a scuola”. L’atmosfera richiama quella della crit — abbreviazione di critique o critical review, pratica diffusa nelle scuole anglosassoni di design in cui i progetti di fine anno vengono presentati e discussi pubblicamente. Ratti ha messo l’architettura sull’attenti, adottando un linguaggio perentorio, asciutto, persino sorprendentemente “nazional-popolare” in senso gramsciano. Qui il tema della mostra è poco più che un pretesto — da tempo ha smesso di essere il fulcro. Il format proposto, così forte e strutturato, è in grado di accogliere qualsiasi contenuto. La forma ha preso il sopravvento sul discorso.

© arcomai I “Intelligens. Naturale. Artificiale. Collettiva”, Arsenale.

Ratti è riuscito ad accompagnare per mano il visitatore, passo dopo passo, permettendogli di leggere i progetti attraverso un unico “font linguistico”, chiaro e condiviso. Come facilitatore o gestore del processo — ricorrendo alla metodologia Open Space Technology (OST) — il curatore ha creato uno spazio sicuro e accogliente, in cui il pubblico può auto-organizzarsi per raggiungere una comprensione collettiva. In questo modo, l’astante non si trova nei soliti panni dello spettatore pagante, spaesato e passivo, che vaga come uno zombi tra pannelli, plastici, video e altre diavolerie visive cercando disperatamente un filo logico. Al contrario: è stato messo nella condizione di essere un osservatore pensante, una mente critica — come si conviene a una crit di fine corso. La coincidenza tra il metodo espositivo seriale — pannelli in successione per uno sviluppo complessivo di circa 600 metri — e la natura generalista del tema si rivela perfettamente calibrata per favorire l’ingresso di un pubblico ampio. Alla fine dei sei mesi, chi ha visitato la mostra potrà tornare a casa con un’opinione consapevole, fondata e personale. Se poi quell’essenza e quell’eccellenza dell’architettura che gli addetti ai lavori (noi) invocano siano state effettivamente raggiunte, è un altro discorso.

© arcomai I “Intelligens. Naturale. Artificiale. Collettiva”, Arsenale.

Questa edizione della Biennale — pur con i suoi limiti, ombre e inevitabili zone grigie — si distingue come un atto di riscrittura curatoriale che merita attenzione. Non è un semplice cambio di direzione, ma un tentativo audace di ricostruzione metodologica e simbolica, dove il rigore del processo ha saputo imporsi sulla retorica del contenuto. L’Arsenale si è finalmente trasformato in uno spazio leggibile, accessibile, dialogico: un laboratorio pubblico capace di accogliere voci diverse senza sacrificarne la qualità. Il ritorno all’essenziale — al pannello, al gesto critico, al confronto — ha restituito all’architettura il ruolo di strumento culturale e civile, non solo estetico o performativo. Ratti ha operato non tanto come ideatore, ma come mediatore, mostrando che anche un formato apparentemente semplice può diventare potente quando la regia è salda, rigorosa e coerente. Ora la sfida è non disperdere questo slancio. Il modello presentato non deve restare un’eccezione, ma trasformarsi in metodo: non per riprodurre meccanicamente un format, ma per tutelare l’intelligenza collettiva che questa edizione ha saputo attivare.


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