ASCOLTARE L’ARCHITETTURA #1/B. L’architettura e’ attualita’

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“La città perfetta. Nelle new towns coesisteranno vivacità culturale e verde. Dalla Cina all’Algeria, da Milano a Bilbao, la corsa all’utopia è riaperta (L’Espresso, nr. 11 del 24 marzo 2005). Il futuro della città e di chi l’abita viene anticipato e spiegato dalle riviste che settimanalmente ci raccontano cosa accade nel mondo. Reportage, interviste, inchieste, opinioni, effimero. L’architettura, raccontata in trafiletti anche da chi la progetta (M. Fuksas), si fa spazio tra la cronaca e la cultura, tra la politica e l’economia, tra la pianificazione e il costume&società, tra l’innovazione tecnologia e il lifestyle, tra l’arte e il tempo libero. L’attualità commenta il presente e cerca di guardare oltre. E così “Dopo musei e gallerie, store e boutique, i grandi architetti invadono gli stadi e gli impianti sportivi. Da Londra a Dubai, da Mosca a New York, da Pechino a Parigi fioriscono tanti capolavori dell’arte” (L’Espresso, nr. 8 del 3 marzo 2005). L’architettura è espressione dei tempi ma le riviste specializzate sembrano spesso non farsene carico perché incapaci di attivare dibattiti critici, di uscire dagli ambiti disciplinari di pertinenza, di superare gli aspetti meramente commerciali (no soldi, no redazionali), di avvicinarsi con umiltà alle questioni del contemporaneo perché il mondo del progetto si deve inevitabilmente confrontare col presente. Ce lo suggeriscono anche i quotidiani che, con rubriche consolidate e/o domenicali allegati, ci parlano di architettura o design allo stesso modo con cui vengono trattati (all’interno delle loro pagine) la letteratura, il teatro, il cinema, l’arte…, a dimostrazione che per fare cultura in modo serio c’è bisogno di saper vedere/comunicare tutto ciò che è espressione del pensare/agire contemporaneo.

 

Secondo contatto / L’architettura e’ attualita’

Data: 6 Giugno 2005

Luogo: Etere / Radio Citta’ del Capo in streaming

Conduttore: Piero Santi, Curatore Programma Humus

Coordinatori:

Nicola Desiderio, Presidente Associazione/Pagina Digitale Arcomai

Matteo Agnoletto, Architetto, Ricercatore

Nicola Marzot, Architetto, Ricercatore

Ospiti:

Enrico Arosio, Caporedattore redazione milanese L’espresso

Anna Detheridge, Critico d’arte Il Sole 24 Ore

 

Enrico Arosio, giornalista, è caporedattore nella redazione milanese del settimanale “l’Espresso”. Nato a Milano nel 1957, si è laureato in Lettere all’Università di Monaco nel 1981. Dopo alcuni anni nell’editoria (ha lavorato per Longanesi, Ubulibri, Adelphi) si è dedicato esclusivamente al giornalismo. Collaboratore del “Manifesto” e della “Repubblica”, è passato all’Espresso nel 1986, dove tuttora resiste. E’ autore di oltre 700 articoli, inchieste, interviste e reportage dall’Italia e dall’Europa (ma con puntate extraeuropee, da New York a Hong Kong). Scrive di attualità, politica e cultura. Con un debole per le polemiche culturali, l’urbanistica, l’architettura, l’Europa spiegata agli italiani, e Milano spiegata ai romani.

Anna Detheridge. Giornalista (Caposervizio delle pagine di arte e cultura del Domenicale del quotidiano Il Sole 24-Ore dal 1987 al 2003) e critico d’arte, ha insegnato nell’a.a. 2003-2004 al corso Arte e Design presso la Facoltà di Design Industriale, Politecnico di Milano. Negli a.a. 2003-2004 e 2004-2005 è docente al Corso di Laurea in Economia delle Arti e della Cultura, Università Bocconi di Milano. Ha fondato l’Associazione culturale non profit “Connecting Cultures” che è attiva nel campo delle politiche culturali, dell’arte pubblica, della progettazione e della formazione (http://www.connectingcultures.info/). Nell’ambito di questi interessi culturali, Anna Detheridge con Connecting Cultures ha in corso un progetto commissionato dalla Regione Toscana per la creazione di una Fabbrica della Cultura sperimentale a Montevarchi (Ar) – http://www.cantierilaginestra.org/. Inoltre l’associazione ha appena lanciato un progetto internazionale di Open publishing Artplaces.org, un sito che dà visibilità agli spazi d’arte indipendenti in tutto il mondo e alle politiche che esprimono.

Matteo Agnoletto (Modena, 1972) si laurea a Venezia con Franco Purini. Ha svolto attività professionale negli studi di Renzo Piano e Jean Nouvel. Attualmente è collaboratore a contratto alla didattica presso l’Università di Bologna, Facoltà di Architettura di Cesena e segue un programma di ricerca al Dottorato di Progettazione Architettonica e Urbana al Politecnico di Milano. È capo-redattore di “Parametro” e cura le rubriche di “Arch’it” dedicate all’editoria offline. Ha pubblicato articoli su “ilSole24ore”, “Gomorra”, “Il Progetto”, “Iride”, “Materia”, “Abitare”, “Il Giornale dell’Architettura”, “D’A”. Nel 2002 ha partecipato con Cino Zucchi alla Ottava Biennale di Architettura di Venezia. In ambito progettuale ha ricevuto premi e segnalazioni in concorsi nazionali e internazionali, esponendo i propri lavori in mostre e conferenze.

Nicola Marzot. Nato nel 1965. Si laurea nella Facoltà di Architettura di Firenze. Ha conseguito il dottorato di ricerca in “Ingegneria edilizia e territoriale” presso la Facoltà di Ingegneria di Bologna. Ha insegnato presso le Facoltà di Architettura di Firenze, la Facoltà di Ingegneria di Bologna e le Università di Lund (Svezia, Facoltà di Architettura) e Tokyo (Hosei University, Facoltà di Architettura). Attualmente è ricercatore in Composizione architettonica e urbana nella Facoltà di Architettura di Ferrara e docente responsabile del “Laboratorio di Progettazione I A”. Redattore di Paesaggio Urbano e delle riviste internazionali Urban Morphology, Opera/Progetto e Rassegna. E’ consulente urbanistico dell’Osservatorio immobiliare di Nomisma S.p.a. e di OIKOS centro studi sull’abitare. Svolge attività professionale a Bologna, cotitolare dello studio PERFORMA A+U.

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Da sinistra. L’Espresso nr.8/3mar05: nel sommario del settimanale primeggia solitamente un’immagine di città o di un progetto architettonico. Il Sole 24 Ore/domenica (17-04-05): “esiti” del concorso per la panchina che “verrà inserita nell’abaco degli arredi pubblici del Comune di Milano”.

ATTI

Nicola Marzot. Approfittando dell’ospitalità di RCdC, abbiamo definito questi 3 appuntamenti che hanno come obiettivo quello di dare voce alla stampa cosiddetta “generalista” sui grandi temi dell’architettura e dell’urbanistica. Una stampa che, quindi, intende rivolgersi ai non addetti ai lavori. Abbiamo già visto come il primo incontro abbia in sostanza confermato le nostre aspettative, ovvero che la stampa generalista – meglio di quella specializzata – abbia capacità e opportunità di promuovere a tutti gli effetti una cultura condivisa, se non altro per le sue tirature. Abbiamo parlato di 400-500.000 copie che possono essere confrontate con le 15-20.000 massimo con le quali la stampa specializzata va in edicola. Rispetto al primo incontro posso dire che gli ospiti di questo appuntamento non sono nello specifico addetti ai lavori. Sebastiano Brandolini e Sara Banti che ci hanno accompagnato nel primo incontro erano architetti. In questo caso la scelta è caduta su un critico d’arte e su un giornalista che pur intendendosi di problemi legati all’architettura e all’urbanistica si occupano prevalentemente di attualità culturale e politica nel senso più ampio del termine.

Nicola Desiderio. Nel sito della Biennale di Venezia è stato riportato un suo appello piuttosto provocatorio che diceva “scarceriamo gli architetti”. Ci può spiegare cosa intendeva dire con questa frase e come i media (L’Espresso compreso) si muovono o si dovrebbero muovere per accelerare il processo da Lei auspicato e liberare così l’architetto da questo suo particolare stato di prigionia?

Enrico Arosio. Sì, era una provocazione, diciamo, culturale sul fatto, sul tema del rapporto tra l’architettura come disciplina e l’architettura come fatto mediatico, la comunicazione dell’architettura all’interno dei circuiti disciplinari soliti e la comunicazione dell’architettura al di fuori dei circuiti disciplinari, quindi in un contesto più ampio. Io dico “scarceriamoli” i poveri architetti, leviamoli dal carcere da loro stessi costruito, un carcere – dicevo provocatoriamente – fatto di un reticolo di riviste, cattedre, convegni, mostre, pubblicazioni, una sorta di “madonna pellegrina” dell’architettura che gira all’interno di un piccolo microcosmo dove tutti si conoscono, tutti sono amici, o fingono di esserlo, tutti si recensiscono a vicenda e si salutano crudemente a vicenda. Uscire da questo mondo ed entrare in comunicazione con un pubblico più ampio. Secondo me è un fatto urgente, molto urgente, perché l’architettura che io considero – faccio una battaglia culturale da questo punto di vista da diversi anni su L’espresso – lo dico adesso in maniera usando un termine un po’ kitsch –  “la regina della arti” non a caso, cioè l’arte più complessa, l’arte che interagisce di più con la società, con l’evoluzione della città, con le trasformazioni urbane, con la sociologia contemporanea, con i comportamenti urbani. Fare uscire l’architettura dal culto disciplinare e portala in contatto con un pubblico più ampio. E questo è quello che cerchiamo di fare con L’Espresso.

Nicola Desiderio. Giro ad Anna Detheridge la stessa domanda, ma questa volta facendo riferimento alla sua partecipazione (insieme ad alcuni rappresentati della stampa specialista) nel  2003 alla tavola rotonda organizzata a Parma nell’ambio della rassegna “Architettura/Europa 1” che aveva per l’appunto come titolo “Media e Architettura”.

Anna Detheridge. Credo che la cosa importante sia di andare un po’ oltre la spetacolarizzazione dell’architettura. Credo che le grandi dive dell’architettura, in qualche maniera, danneggino la buona architettura nella misura in cui l’architettura di tutti i giorni, l’architettura nelle città calata nel contesto urbano è quella che fa la qualità delle persone, che vivono nelle periferie, che vivono nel territorio, e credo che alla fine tutta questa concentrazione sulla spetacolarizzazione dell’architettura dei grandi progetti – che sono progetti vetrina – sia molto semplicistico e non aiuti a capire proprio la dimensione del vissuto e la necessaria dimensione con la relazione umana, di spazi, come si vivono gli spazi, come le persone riescono negoziare il loro tran.tran quotidiano, la loro vita dentro questi spazi spesso progettati in maniera molto lontana dalla vita delle persone.

Nicola Marzot. Ritorno un attimo, invece, alle ultime parole di Enrico Arosio che sottolineava la necessità in qualche modo di rompere gli steccati disciplinari e aprire l’architettura e l’urbanistica a una cultura più ampia e divulgativa. Da questo punto di vista L’espresso ha sicuramente portato avanti una campagna che potremmo definire di giornalismo di inchiesta, mostrando una grandissima attenzione per i processi di trasformazione delle più importanti città italiane e in questi ultimi anni, in modo particolare, ha posto l’attenzione sul fenomeno dell’ascesa dell’industria immobiliare in Italia, mettendo a nudo le relazioni sempre più strette tra economia e politica nelle operazioni eclatanti condotte da figure come Zunino, Coppola, Caltagirone, Ligresti. Personaggi che ormai sono oggetto delle analisi della stampa quotidiana generalista. E in questo senso sicuramente L’espresso ha dimostrato una sensibilità di approfondimento che manca alla stampa cosiddetta specializzata. Potrebbe spiegare meglio ai nostri ascoltatori le ragioni di questa strategia editoriale?

Anna Detheridge. Il nostro punto di partenza forse è un po’ diverso (rispetto a L’espresso) essendo Il Domenicale un giornale più di riflessione e – diciamo – più teorico in questo. Cerchiamo di avere un occhio disciplinare e cogliere i fenomeni e anche cercare di capire questi fenomeni. Sicuramente l’analisi de L’Espresso è molto accurata. Credo che sia un vero problema che sta arrivando in Italia con ritardo. Del resto è la condizione in cui opera il mercato immobiliare di tutto il mondo, per cui non vedo perché in Italia non ci sia la possibilità  di non dover affrontare questa problematica. Lo si vede già con i futuri progetti per Milano, per la Fiera di Milano, per l’ex-area della fiera che hanno ignorato la città, che hanno così by-passato qualsiasi dibattito pubblico su quell’area e che poi mettono in campo i grandi nomi che come al solito sono una sorta di

Matteo Agnoletto. Arosio a proposito cosa dice?

Enrico Arosio. Sarebbe scorretto e improprio paragonare l’informazione di inchiesta che fa L’espresso sui temi del rinnovamento urbano, dell’urbanistica, dell’architettura e dei grandi teatri mondiali con Il Sole 24 ore, soprattutto il Domenicale, che è un prodotto come dire quasi esclusivamente di approfondimento culturale. L’espresso ha degli spazi un po’ intermedi, in cui si incrocia l’interesse culturale, rappresentato dall’architettura, con il taglio più economico e politico tipico del giornalismo di inchiesta. Quindi non vorrei che dessimo al Il Sole 24 ore colpe che non ha e a L’Espresso anche meriti eccessivi, nel senso che noi facciamo il nostro lavoro ed io in particolare che sono impegnato sul tema della metropoli e delle trasformazioni metropolitane ho contribuito con i miei colleghi dell’economia e soprattutto della finanza a vedere questi intrecci. Intrecci, si è parlato in alcuni casi di un revival degli anni ’80. Alcuni personaggi sono diversi, non tutti, alcuni sono gli stessi per esempio Ligresti. È chiaro che in un momento di crisi dei mercati finanziari, di economia stancante il ricorso al mattone è una delle più sexy, più attraenti per grandi ex-capitali finanziarie. L’architettura fa parte di quel gioco, di questo gioco di una rinascita in Italia della grande committenza privata di tipo edilizio-immobiliare e Milano è un caso da scuola. Non c’è solo Milano, c’è Torino con Torino 2006, grande business delle opere olimpiche, c’è il grande affare molto affascinante anche dal punto di vista degli esperimenti formali della stazione del TAV/Alta-Velocità, Torino, Firenze, Napoli. C’è il tema delle riconversioni industriali che riguardano sia il Nord-Milano, sia Trieste, sia Salerno – sono vari esempi – sia Genova. Per un giornale come L’espresso è inevitabile occuparsene. Il difficile è trovare una sintesi intelligente in un discorso culturale di qualità, cioè saper distinguere l’architettura di cui è interessante parlare dalle cose irrilevanti e fare del buon giornalismo di inchiesta sui fatti urbani più rilevanti cioè come diceva giustamente Anna Detheridge per esempio nel caso dell’ex fiera storica di Milano c’è stato un concorso a inviti che ha escluso largamente l’opinione pubblica cittadina e ancora si potrebbe dire, faccio un altro esempio, che anche nel rinnovamento della Scala di Milano, nel restauro della Scala di Milano, si è proceduto con un incarico diretto a Mario Botta senza una discussione pubblica in città realmente esistente e questa assenza di dibattito si è tradotta in una atmosfera antipatica e carica di tensione che ha avvelenato Milano per mesi.

Matteo Agnoletto. Ad Enrico Arosio vogliamo chiedere come sono gestiti gli spazi editoriali di architettura all’interno della testata. Qualche anno fa dopo la scomparsa di Bruno Zevi – che curava uno dei box settimanali all’interno de L’Espresso – è stato chiamato Massimiliano Fuksas, quindi uno storico sostituito da un architetto operante dello star system che tra l’altro non si era mai occupato di teoria dell’architettura. Oggi a Fuksas viene affidato questo box in cui anche lo spazio disponibile a volte non gli permette di puntualizzare riflessioni di spessore e parallelamente a volte ci sono questi articoli di autori vari che all’interno della rivista sono maggiormente strutturati con immagini e con maggior visibilità, e sembra quasi che il maggior spazio di riflessione sull’architettura venga affidato ai non architetti, mentre la firma di Fuksas sembra la volontà quasi di avere il nome dall’interno della testata. Vorrei capire qual è il vostro punto di vista e quali sono le prospettive future sulle gestioni di questi spazi all’interno de L’Espresso.

Enrico Arosio. Dunque, sono due cose molto diverse e vi prego anche di non mescolare i piani. Uno spazio è la rubrica di architettura nella sezione culturale, uno spazio fisso che per anni, come Lei ha ricordato giustamente era occupato da Bruno Zevi e ora da Massimiliano Fuksas, il quale da autore e critico ha la massima libertà di intervenire. Non credo neppure che ci comunichi fino a pochi giorni prima il tema di cui si occuperà nella settimana. Quindi è una rubrica totalmente indipendente a suo insindacabile giudizio, come deve essere una rubrica critica indipendente. Poi si può discutere sul fatto che un architetto e non un critico sia titolare di una rubrica in cui si parla del lavoro degli altri. È una critica che è stata fatta. Adesso io non vorrei approfondirlo, perché lavoro per lo stesso giornale e la cosa mi mette in imbarazzo ma riconosco che la critica sia stata fatta. Altri giudicano invece di qualità la rubrica proprio per il fatto che sia un intervento critico da parte di un autore – che fa architettura – e quindi la rende particolarmente più critica rispetto alle altre. Quindi si può scegliere. Per quanto riguarda il resto, cioè quella che appare nel giornale, quella è cronaca del fatto architettonico, la cronaca culturale in tanti casi, come abbiamo detto prima, la cronaca di attualità. Siccome me ne occupo largamente io, direi per il 90%, sono l’indirizzo giusto a cui chiedere. Dicono che la ratio che ci muove è trovare temi rilevanti dal punto di vista del dibattito metropolitano, del dibattito culturale, quando ci sono trasformazioni reali di parti di città – ho citato prima il caso scala, il caso Fiera o l’AV – quindi progetti rilevanti per la vita delle città e quindi, in qualche maniera, gli interessi reali dei nostri lettori. In altri casi invece trattiamo progetti, diciamo significativi di tipo internazionale, nuovi nomi che si affacciano nel gotha dell’architettura europea, i casi particolari di libri o concorsi molto innovativi, anche se noi tendiamo su L’espresso a privilegiare l’architettura che verrà realizzata o che sta per essere realizzata, o la critica o le polemica culturale su ciò che è appena stato inaugurato o sta per essere inaugurato.

Matteo Agnoletto. Possiamo girare la domanda anche a Anna Detheridge. All’interno dell’inserto del Domenicale del Sole compaiono costantemente firme di Fulvio Irace e Stefano Boeri, quindi addetti ai lavori che si occupano e parlano di architettura quotidianamente, e parallelamente l’architettura viene anche raccontata e contaminata con altre discipline soprattutto l’arte e il cinema. Vorremmo capire anche da voi com’è gestito questo approccio e le metodologie del parlare e dello scrivere a seconda delle firme.

Anna Detheridge. Diciamo, il punto di partenza delle pagine di arti visive, che poi non sono soltanto cultura o cultura e città sono state sempre quelle di privilegiare l’interdisciplinarietà e soprattutto di privilegiare uno sguardo innovativo, dunque discipline emergenti, modalità di guardare il territorio l’architettura che non fossero soltanto specialistiche o spettacolariste ma che fossero soprattutto così molto, se non olistiche, che avessero uno sguardo proprio negli interessi per il sociale, per quello che potevano essere anche le conseguenze dell’architettura costruita e non soltanto le idee degli architetti o la visione ideale dell’architetto singolo. Questo lo si vede nella scrittura di Fulvio Irace che è storico dell’architettura – soprattutto dell’architettura contemporanea – ma che ha sempre un interesse per il costruito e per l’insegnamento  etico – diciamo – dell’architettura. E lo si vede ancora di più nei testi di Stefano Boeri, che come urbanista è aperto al territorio e soprattutto a una lettura non accademica del territorio. Intanto Boeri è stato ovviamente una figura anche molto contestata all’inizio proprio perché anti-accademica in questo sguardo che usa la fotografia, che usa altre discipline per rilevare ciò che si ritiene interessante e in trasformazione e questo uscire, diciamo, dalle rubriche solite con uno sguardo sul territorio in trasformazione è stato almeno per me, per gli anni che sono stata responsabile dell pagine di architettura del Domenicale, un punto fermo, perché è nella trasformazione in tempo reale che si riesce anche a comunicare e riflettere sulla problematica e sulla possibile risoluzione o sviluppi di soluzioni di pensiero al merito.

Nicola Marzot. Una domanda a Enrico Arosio visto che noi affrontiamo tematiche riguardanti le culture del progetto. Siamo convinti la cultura del progetto in qualche modo si costruisca attraverso una sorta di alleanza, ovviamente governata dalla politica, tra economia tecnica e società civile. Un esempio tra i più recenti del dopoguerra sicuramente è rappresentato dall’esperienza INA-Casa. Sulla base del rapporto forte, in termini di strategie editoriali, che lega L’Espresso alle dinamiche politiche italiane, lei ritiene che la nostra classe politica degli ultimi decenni sia stata in grado, in qualche modo, di esprimere, di promuovere una visione coerente, condivisa della città futura, valorizzando quelle che sono state o quelle che sono attualmente le risorse disponibili?

Enrico Arosio. Questa è una domanda veramente cattiva, che presuppone una risposta pepata. No, io ritengo che in Italia la cultura urbanistica e architettonica, visto che è il nostro tema, delle elite politiche nazionali e degli amministratori locali sia migliorabile, molto migliorabile. Se penso a cosa sono stati gli esempi virtuosi negli ultimi 20 anni in Europa, penso al caso Olanda che è il mio caso preferito. Io trovo che l’Olanda sia il paradiso dell’architetto contemporaneo perché in Olanda vi è una tensione, una cultura specifica degli amministratori per tematiche architettoniche molto elevate. Così è stato il caso Barcellona, Catalonia e Spagna negli ultimi 20 anni, dove ricordo che l’assessore all’urbanistica di Barcellona sotto la giunta di Pascal Maragal negli anni ’90, fine anni ’90, è stato Oriol Boighas, un grande architetto. È come se Renzo Piano fosse l’assessore all’urbanistica di Roma o di Milano. Casi in Italia del tutto sconosciuti. Trovo che in Italia raramente un sindaco importante, un leader di partito, un ministro abbaiano fatto discorsi interessanti sull’architettura o che abbiamo visto l’architettura come un asse strategico del paese. È successo, abbastanza poco. Forse qualcosina sotto l’ultimo governo Prodi nella fase in cui c’era Veltroni ministro, poi la Melandri ministro, venne varata una legge sull’architettura, sì qualcosina insomma. Poco in Italia, poco. Riflette secondo me il fatto che in Italia i fatti rilevanti sono sempre altri. Il dibattito politico è avvitato in maniera perversamente provinciale direi su questo perenne teatrino e rissa dei politici, e pochissimo sui fatti strategici. Cioè prevale un ragionamento elettoralistico: io sindaco, io ministro – nominato, eletto per i prossimi 4-5 anni – per quell’arco di tempo devo progettare pensare, mentre invece altrove ci sono piani. Faccio l’esempio dell’Olanda. Ad Amsterdam, a Rotterdam si sa già ora sostanzialmente come saranno Amsterdam e Rotterdam nel 2015. Non ho mai sentito il sindaco di Milano, la mia città, Alberini fare anche lontanamente un ragionamento di tipo strategico su come sarà Milano nel 2015.

Nicola Marzot. Quindi l’Italia è ancora molto lontana dallo standard europeo, mi sembra di capire.

Enrico Arosio. Da questo punto di vista direi di sì. Noi siamo molto lontani e sarebbe l’ora che i nostri amministratori facessero dei viaggi di studio all’estero anziché andare su i loro yacht a farsi paparazzare da Novella 2000. Dovrebbero fare viaggi di studio in Olanda, Svizzera, Gran Bretagna, Danimarca, Norvegia, Spagna, Portogallo. Dovrebbero bastare per il momento.

Nicola Desiderio. Anna Detheridge, si è parlato di una certa carenza dell’architettura contemporanea in Italia alla quale – a mio avviso – si affianca anche una certa diffidenza e disinteresse riguardo all’arte pubblica. Secondo Lei quali sono le ragioni di questa condizione?

Anna Detheridge. Ma, prima ancora di parlare di arte pubblica – che non può certo risolvere le problematiche dell’architettura – forse bisognerebbe aggiungere ancora una cosa sulla difficoltà progettuale, sulla impossibilità progettuale italiana. Perché io credo che ci sono oltre che alla sottocultura dei vari amministratori, amministrazioni, ma non credo che si tratti solo di questo, perché anche i townplanner inglesi ne hanno fatte di grosse, di terribili perché hanno distrutto delle città due volte, Birmingham (ad esempio) e perché c’è pochissima cultura, diciamo, urbanistica nel senso vero. Cioè i townplanner inglesi sono geografi fondamentalmente, per cui hanno fatto anche loro le loro sciocchezze. Il problema è credo sia anche un problema strutturale in Italia e ci sono delle problematiche di cui nessuno parla per esempio la dipendenza delle amministrazioni da tasse come l’ICI . fino al 70% per le spese correnti che i sindaci, che i comuni devono erogare. Allora, con questi dati di fatto significa che in realtà  i comuni sono in gara l’uno con l’altro per accaparrarsi qualsiasi personaggio con un po’ di denaro che è disponibile a spenderli nei loro comuni, per cui facilmente si fanno deroghe ai piani e alle zone vincolate pur di accaparrarsi così dei finanziamenti per queste spese che i comuni devono comunque gestire e devono svolgere. Il problema è un problema con lo stato centrale che strozza i comuni. C’è un problema proprio di squilibri che ha ragione Arosio quando dice che i politici pensano al altro. I politici devo risolvere questi problemi. Il problema dell’ICI, il problema degli oneri di urbanizzazione sono un problema politico perché i comuni sono in questo senso ricattabili, molto ricattabili.

Nicola Marzot. Ha toccato un aspetto fondamentale, perché di fatto questa attrazione su un territorio specifico di operazione di trasformazione è il motivo per il quale ormai il marketing urbano e territoriale ha di fatto soppiantato l’urbanistica. È stato un cambio epocale che si è registrato soltanto negli ultimi 10 anni.

Anna Detheridge. Però queste sono cose correggibili, voglio dire. C’è da fare un dibattito pubblico un lobbying su queste tematiche, perché – voglio dire – io sto lavorando attualmente in Toscana e c’è il rischio che la Toscana nei prossimi 10 anni, almeno alcune parti della Toscana, si riempano di cemento. Ma sempre di più però questi sono come delle carovane in corsa e non so come si riescono a fermare queste problematiche se non parlandone in termini di politiche da correggere a livello più serio e comunque attraverso un dibattito pubblico. Quindi l’ambientalismo oppure tutto il dibattito per un’Italia sostenibile deve passare da queste prese di coscienza giacché i problemi sono anche tecnici.

Nicola Marzot. Per arrivare alla conclusione di questo appuntamento mi sembra che i temi che Lei ha sollevato possano costituire uno spunto di approfondimento per il prossimo articolo di Enrico Arosio, visto la forte integrazione tra questioni urbanistiche e politiche ed economiche. E quindi le lanciamo questa sfida ulteriore!

 


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